La scelta di Charamsa: «Io e la rivoluzione di papa Francesco»

Esce il libro dell’ex sacerdote che lo scorso anno ha sollevato in maniera clamorosa il tema dell’omosessualità nella chiesa
di ROBERTO CARNERO
Quando il 3 ottobre dell'anno scorso, alla vigilia del giubileo sulla famiglia, fece coming out facendosi riprendere dalle telecamere con il suo compagno, fu scalpore planetario. Krzysztof Charamsa - origini polacche, quarantatreenne monsignore della Chiesa cattolica con incarichi di prestigio in Vaticano (presso la Congregazione per la dottrina della fede) e una docenza in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana - parlava apertamente della propria omossessualità, anche, a suo dire, per sollecitare le gerarchie ecclesiastiche a riflettere sui temi dell'identità di genere e delle discriminazioni a cui per lungo tempo le persone omosessuali sono state soggette persino - come ha dichiarato il cardinale tedesco Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga - da parte della Chiesa stessa. E già alora annunciava di avere pronto un libro, che ora è puntulamente uscito presso Rizzoli con il titolo “La prima pietra. Io, prete gay, e la mia ribellione all'ipocrisia della Chiesa” (pp. 336, euro 19). Un volume che non mancherà di far discutere, come lo fece un anno fa la clamorosa uscita pubblica dell'autore. In esso, in realtà, oltre al racconto del proprio caso personale, il non più monsignore Charamsa affronta, da un punto di vista teologico, le questioni della sessualità e del celibato sacerdotale, sottoponendo la tradizione della Chiesa romana a una critica serrata.
Il suo “coming out” scioccò tante persone. Che cosa l'ha spinta a un'uscita pubblica così forte?
«Un gay "imprigionato" in una società omofobica necessita molto tempo per trovare il coraggio della liberazione del coming out, dopo essere stato a lungo rifiutato, deriso e non compreso. Un gay è spinto dalla coscienza della sua sana identità a fare coming out, e quanto più è omofobico un certo ambiente, tanto più forte deve essere la sua denuncia. Le persone non devono essere scioccate, ma devono riflettere sulla situazione in cui vivono i gay stigmatizzati e offesi dall'omofobia. Il mio coming out fu un grido per contrastare l'ossessione ecclesiale contro i gay. Sono felice sia della liberazione sia della protesta a cui ho dato voce. La Chiesa e molti lo capiranno in futuro, quando supereremo la stigmatizzazione dei gay».
L'obiezione di molti è stata: bene, un sacerdote può essere omosessuale, ma come quelli eterosessuali è tenuto, per la scelta che ha fatto, a vivere il celibato. Invece lei si è presentato alle telecamere con il suo compagno...
«Innanzitutto una correzione, che mi preme segnalare ai cattolici, i quali forse non conoscono la dottrina omofobica della Chiesa: un documento della Congregazione per l'educazione cattolica del 2005 stabilisce che un omosessuale non può essere sacerdote. La legge è chiara e disumana, fondata su stereotipi e pregiudizi sulle persone gay. Prima la Chiesa deve cassare quell'offesa di tipo razzista, e poi parleremo di come un gay sereno nel suo sano orientamento sessuale, che non deve nascondere, può vivere il celibato. Il celibato richiede la serena trasparenza della propria sessualità, che nel caso dei gay viene denigrata e offesa dalla Chiesa. Su tale base non si può costruire una serena vita umana e cristiana. Nel mio libro, però, la questione di fondo non riguarda solo il celibato dei preti, ma il rispetto della matura sessualità di ciascuno di noi».
Però non si può appartenere alla Chiesa pretendendo di aderire a una sorta di religione à la carte, vale a dire prendendo ciò che piace e rifiutando ciò che non piace...
«Non si può permettere che la Chiesa si comporti come una setta irrazionale invece di confrontarsi serenamente con lo sviluppo delle scienze e con l'esperienza delle famiglie arcobaleno. Opporsi all'irrazionalità di certe dottrine ecclesiali è il dovere morale del credente: non ho mai preteso di aderire a una fede à la carte».
Tornando alla sua vicenda personale, che cosa ha "perso" e che cosa ha "guadagnato" con il suo venire allo scoperto?
«Ho guadagnato tutto: me stesso, la gioia e la pace di vivere nella fede e nell'amore, la trasparenza e la sicurezza. Non ho perso nulla. Se vuole, certo, ho "perso" un lavoro, ma che cosa è questo nella prospettiva della vita eterna? L'importante è che non abbia perso l'anima nel legalismo attuale della Chiesa».
Come è cambiata la sua vita da quel giorno?
«Come deve cambiare la vita di ogni gay che esce dall'armadio: è cambiata in un cammino felice, così come vuole il Vangelo di Gesù».
Dove vive ora?
«Vivo in Catalogna con il mio compagno».
Che cosa fa?
«Sono uno scrittore in cerca di lettrici e lettori. La prima pietra è un libro di speranza e di gioia di liberazione, che vorrebbe essere un'occasione di dialogo a partire da una storia umana».
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
«Soprattutto la difesa dei diritti umani delle donne per prime, delle persone omosex e trans, tra le quali ci sono anch'io, di tutti coloro che soffrono discriminazioni. Nella Chiesa, purtroppo, ce ne sono moltissime: pensiamo solo a divorziati risposati, trattati in maniera disumana».
Quali reazioni ha avuto dai suoi confratelli sacerdoti? Di censura e di critica oppure anche di comprensione e solidarietà?
«La grande solidarietà dei sacerdoti di tutto il mondo che soffrono umiliati dai dettami anti-gay della Chiesa e che mi raccontano le loro storie, dolori e speranze, ma anche le reazioni di paura, di rifiuto, di odio, di commiserazione e di derisione per un "perdente". Molto odio verso uno di cui si deve distruggere il buon nome, chiudendo qualsiasi dialogo, banalizzando le sofferenze e tutto un processo di maturazione che è stato da me vissuto».
Nel libro critica dalle fondamenta l'istituzione del celibato. Perché?
«Critico il celibato obbligatorio, perché non è una verità di fede, ma una disciplina canonica, che come tale può essere modificata. È una disciplina, peraltro, che oggi è esposta a dubbi e a obiezioni scientifiche. Sono certo che in futuro questa legge sarà cambiata e così sorrideremo sulla nostra attuale "fissazione" sul "dovere" dei preti di essere celibi, mentre ciò non è necessario per essere buon prete: basti guardare i preti orientali cattolici, che sono sposati».
Papa Francesco ha più volte usato un lessico nuovo, a partire dal termine "gay", che credo nessun altro pontefice avesse mai pronunciato pubblicamente prima ("Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?", 29 luglio 2013), destando scalpore, ma la Chiesa - si vedano gli esiti l'ultimo sinodo sulla famiglia - non sembra intenzionata a modificare in maniera sostanziale il proprio catechismo su questo punto. Dunque si tratterà sempre di avere comprensione per il "peccatore" ma condanna per il "peccato"? Vale a dire: per la Chiesa cattolica l'omosessualità è destinata a rimanere una condizione di "disordine oggettivo" (come recitano i documenti ufficiali)?
«In papa Francesco apprezzo un fatto rivoluzionario: ha iniziato usare il vocabolo "gay" senza "schifo", diversamente da vescovi e preti, che tendono a pensare ai gay in negativo. Ciò che la Chiesa insegna sulla non-naturalezza dell'omosessualità, "patologia", "disadattamento sociale" e "sofferenze" dei gay per la loro condizione "perversa e contro natura" è in contraddizione con lo stato attuale delle scienze umane. È come dire che non è la Terra a girare attorno al Sole, ma il contrario...».
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