«La seconda vita a Pescara» Gli aquilani si raccontano

19 Aprile 2015

Parlano negozianti, imprenditori e impiegati rimasti in città dopo il terremoto

PESCARA. «Io rimango qui, all’Aquila non ci torno, non è più la mia città». Alessandro D’Altorio commerciante storico dell’Aquila dove il terremoto gli ha distrutto due negozi, è un po’ il simbolo degli aquilani che dopo il sisma del 6 aprile 2009 hanno scelto di iniziare una seconda vita altrove. D’Altorio, come molti altri suoi concittadini, ha ricominciato a Pescara dove ha aperto in via Battisti un negozio di abbigliamento maschile che in quasi sei anni di attività ha saputo replicare il prestigio del punto vendita aquilano che il negoziante aveva perso “al corso stretto”, vicino alla Fontana luminosa di corso Vittorio Emanuele, e di quello che un anno e mezzo fa il fratello Valerio, rimasto nella città ferita, ha riaperto in via Patini. Come D’Altorio, altri commercianti, ma anche imprenditori e liberi professionisti aquilani arrivati a Pescara subito dopo il terremoto, hanno deciso di restare, magari anche a costo di vivere da pendolari con la città d’origine. Quasi sempre, e quasi tutti, per i figli. Quasi sempre, e quasi tutti, grazie al lavoro che gliel’ha concesso. Perché chi è rimasto, dicono i più, è perché non ha potuto andarsene.

Il commerciante. «L’Aquila non c’è più», rimarca D’Altorio, «prima che riparta e che si ricostruisca il tessuto sociale e commerciale della città passeranno la mia vita e quella di mio figlio. Non si poteva restare. Mio figlio faceva il terzo liceo, adesso si sta per laureare in Economia a Pescara ed è inseritissimo. Rimanere all’Aquila significava negargli una giovinezza bella e piena come l’ho avuta io lì. Anche se è ammirevole chi è restato. Io», riferisce il commerciante, «nel 2009 feci subito mente locale. Avevamo la casa a Silvi, dove abitiamo ancora, ma per ricominciare ho cercato la città che mi consentisse di ritrovare al più presto normalità e vivibilità E questa città è stata Pescara. Oggi qui mi sento a casa. Anche se mia moglie raggiunge me e mio figlio il venerdì, perché all’Aquila gestisce il bar al Torrione, La Fontanella. La nostra vita ormai è a Pescara. Vicina all’Aquila comunque, sia geograficamente che come stile di vita. E in più c’ha il mare».

L’arbitro di rugby. «A Pescara si vive bene, è una città godibile, accogliente, c’è il mare e il clima è decisamente più caldo, ma se non avessi avuto i figli, che allora avevano 3 e 8 anni, sarei rimasto all’Aquila, dove mia moglie ed io abbiamo ancora le rispettive famiglie», conferma Claudio Passacantando, impiegato con il cognome tipicamente aquilano e la passione per il rugby (è arbitro) anche questa tipicamente aquilana. «All’inizio», va avanti, «pensavamo di rimanere provvisoriamente. Arrivammo a Pescara il pomeriggio stesso del 6 aprile e fummo ospiti di alcuni cugini di mia moglie Piera, poi partì il discorso della protezione civile e ci alloggiarono in un agriturismo di Città Sant’Angelo fino a quando a luglio del 2009 fummo tra i primi ad avere l’affitto concordato. E decidemmo di restare a Pescara pensando a una soluzione temporanea, consapevoli che i tempi all’Aquila sarebbero stati lunghi visto che la nostra casa, a ridosso della fontana luminosa, aveva avuto danni ingenti tanto che poi fu abbattuta. Ma poi, grazie anche ai trasferimenti lavorativi che siamo riusciti ad avere, abbiamo scelto di restare, perché nel frattempo i bambini si sono inseriti, ormai sono radicati a Pescara. Ma a me manca tutto dell’Aquila, ci sono 40 anni di vissuto, i miei amici, la mia famiglia. E anche se andare in bici al lavoro qui a Pescara è impagabile, conto di restare altri dieci anni, poi valuteremo. Da buon aquilano, vorrei morire all’Aquila».

La scelta di Roberta. «Se fossi stata da sola sarei tornata», dice anche Roberta C. che con la figlia abita a Pescara mentre il marito continua a fare il pendolare all’Aquila. «Le nostre famiglie sono tutte ancora lì, ma dopo il terremoto mi sono subito resa conto che la vita che facevamo prima non sarebbe stata più possibile. La bambina doveva entrare in prima elementare e ho pensato che Pescara, più che Roma che avevamo anche considerato, sarebbe stata la soluzione migliore, per vicinanza e stile di vita. E oggi sono contenta. Certo», sottolinea, «all’inizio è stata una costrizione, non avrei mai pensato di trasferirmi in una città dall’oggi al domani, ma poi rimanere è stata una scelta. Mia figlia è cresciuta qui, ci sta bene, e va bene così».

Metà pescarese. «L’Aquila non la sento più mia, non ha più anima», dice Monnalisa Lucente, anche lei con marito e figlia a Pescara, «venire qui è stata una scelta, perché il terremoto non ha solo distrutto la città, ma il tessuto sociale. Restare avrebbe significato far crescere mia figlia, che allora aveva cinque anni e mezzo, nei centri commerciali, senza una comunità come quella in cui sono cresciuta io all’Aquila, una comunità che non c’è più. A Pescara venimmo perché la società per cui lavoravo all’Aquila aveva avuto la sede distrutta e qui c’era una succursale, che però dopo un anno e mezzo ha chiuso. All’inizio è stato duro, cambi completamente modo di vivere, ma ormai dopo tanti anni abbiamo conosciuto tanta gente, mia figlia si sente per metà aquilana e per metà pescarese. Ogni tanto dice anche qualche parolina in pescarese e io sorrido. Perché significa che si è inserita e che dopotutto, come le dico sempre, siamo cittadini del mondo con la fortuna di poterci spostare anche grazie al lavoro di mio marito che è un libero professionista. Ma», ammette, «per ricominciare ti devi staccare, perché se non smetti di pensare alla vita passata non vai avanti. Io ce l’ho fatta perché L’Aquila, la mia L’Aquila, non c’è più. Sarà meravigliosa quando ricostruiranno il centro. Ma ci vorranno tanti anni».

Mai più L’Aquila. «All’Aquila non ci torno più», dice perentorio Cristiano Mazzeschi nella boutique Weekend che gestisce in via Firenze. «Anche all’Aquila avevo un negozio di abbigliamento con brand importanti, in corso Federico II, ma il negozio è crollato con il terremoto ed è ancora puntellato. Dopo il primo periodo a Vasto sono tornato all’Aquila per capire che cosa fare, e alla fine ho capito che dovevo solo andarmene. Sto a Pescara da maggio 2013 e ci sto bene».

L’Aquila è unica. «La qualità della vita a Pescara è elevata, per il territorio pianeggiante e per il clima, a parte l’umidità. Ma Pescara ha una peculiarità», svela Carla, aquilana arrivata dopo il sisma con il bambino di due anni, i genitori, il nipote e la sorella, «Pescara tanto facilmente ti accoglie, quanto facilmente ti espelle. Ormai mi sono ambientata. Ma dell’Aquila mi manca l’autenticità degli aquilani. Quello che ti dicono, sono».

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