«La sera prima avevo tifato per il Brasile alla finale dei mondiali»

L’AQUILA. Fascinoso lo era fin da ragazzo, con quell’aria un po’ scanzonata e battagliera. Chi non lo ricorda, al liceo scientifico “Pollione” di Avezzano, in prima fila nelle manifestazioni,...
L’AQUILA. Fascinoso lo era fin da ragazzo, con quell’aria un po’ scanzonata e battagliera. Chi non lo ricorda, al liceo scientifico “Pollione” di Avezzano, in prima fila nelle manifestazioni, attivista e sognatore, in continua antitesi con il preside, il professor Angelo Bernardini «a cui», dice oggi, «devo larga parte della mia formazione».
Lino Guanciale, tra gli attori italiani più conosciuti e apprezzati dal grande pubblico, protagonista di fiction come “Che Dio ci aiuti”, “Non dirlo al mio capo”, “L’allieva” e “La porta rossa”, degli anni trascorsi al liceo e di quel fatidico esame di maturità, ha fatto un bagaglio di ricordi ed esperienze per la vita. Era il 12 luglio 1998, il giorno dopo la finale dei mondiali Francia-Brasile. «Ho trascorso la serata a guardare la partita, altro che esami! Solo un rapido ripasso a geografia astronomica», racconta, «nessuna ansia, solo il rammarico per Ronaldo, che non era in piena forma».
A distanza di anni, con il successo in tasca, come ricorda la notte prima degli esami, parafrasando Venditti?
«Ho conseguito la maturità scientifica ad Avezzano, quando ancora esisteva la votazione in sessantesimi. Ricordo alla perfezione il giorno della prova orale: il 12 luglio 1998. La sera prima avevo tifato Brasile alla finale dei mondiali e, dopo una partita al cardiopalmo, mi era rimasto appena il tempo per un rapido ripasso di geografia astronomica. A scuola avevo ottimi risultati pur non essendo un grande studioso. Riuscii ad agguantare il sessanta, ma ho rischiato molto».
Cosa intende?
«Mi tuffai in un mese di studio intenso e disperato, come non facevo mai. Durante l’anno scolastico, le mie erano grandi studiate a pacchetto, in vista di compiti in classi e interrogazioni. Nell’affrontare la maturità avevo una sola ansia: a quel tempo ero attivista di sinistra e rappresentante di istituto. Due ruoli che mi erano costati, a suon di battaglie e rivendicazioni, una sospensione e due ammonizioni. Insomma, rischiavo il sette in condotta».
Un carattere brioso, che ha sfoderato anche in sede di esame. Com’è andata?
«Fu più una piacevole chiacchierata che un esame. Avevo approfondito il pensiero di Dante e passai con nonchalance da geografia astronomica alla visione cosmologica del poeta della Divina Commedia. Avevo fatto un’ottima figura, sfumata nel finale. L’esaminatrice esterna mi chiese se volessi trattenermi ancora. Le risposi: “Mi dispiace, avrei da fare”. Fuori mi aspettava Annalisa, la mia ragazza. La professoressa di italiano uscì di corsa per redarguirmi: “Guanciale, non ti smentisci mai».
E il suo legame con il preside Bernardini?
«Qui ci sarebbe molto da dire. Fu un anno di massiccia autogestione, io ero sempre in prima linea. La pensavamo diversamente e gli scontri non mancavano. Poi, con il tempo abbiamo fatto pace».
È sui banchi di scuola che ha iniziato a fare l’attore?
«Veramente l’ho fatto da “esiliato” al liceo classico, visto che il preside Bernardini non mi permise di seguire i corsi teatrali allo scientifico. Ero un tipo vivace, mi facevo notare. A dirla tutta, ho iniziato a fare teatro proprio a dispetto del preside».
E guardi dov’è finito...
«Devo molto agli anni del liceo. Lì ho appreso il metodo analitico, la passione per i libri, per i film. Dietro la professione di attore c’è una lavoro di preparazione multidisciplinare enorme, da cui non si può prescindere».

