La storia di Lara Morelli: «Io, suora-calciatrice. La mia vita tra la fede e le partite a pallone»

«Prima la domenica era allo stadio», poi la vocazione: «Ma dobbiamo rompere tabù e stereotipi»
PESCARA. Da via Oberdan a piazza Duca ai campi da calcio, passando per il silenzio del convento. «Per me la domenica era lo stadio e il Pescara di Galeone, non la messa». Poi per suor Lara Morelli, 50 anni compiuti da poco, qualcosa è cambiato. Da quando nell’estate della sua maturità ha scelto di fare un campo scuola con le Suore Domenicane in Val d’Aosta.
«Un’occasione per uscire di casa, in realtà», rivela. Se non fosse che in quel viaggio c’è stata la sua chiamata e la sua vita è cambiata. Ma quella passione per il pallone non l’ha mai dimenticata: è lei una delle calciatrici del team della Nazionale Italiana delle Suore. Laureata in psicologa e specializzata in psicoterapia, suor Lara ha lavorato per anni con minori in difficoltà a Genova e Napoli. Ora è a Roma, nel governo generale della congregazione e oggi torna nella sua Pescara per il gol della solidarietà. Al PalaRigopiano, dalle 15, suor Lara scende in campo con le Sisters della Nazionale per raccogliere fondi.
Suor Lara, partiamo dalle origini. Chi era Lara prima di diventare suora?
«È una lunga storia: quest’anno ho compiuto 50 anni e a tornare indietro, con il passare del tempo, si fa sempre un po’ più fatica. Era una ragazza di Pescara, cresciuta in via Oberdan, zona piazza Duca. Una vita normale, fatta di scuola, amici, sport e tante partite a pallone giocate in strada, con i sassi a fare da porte. Lo sport è sempre stato parte della mia vita, anche grazie alla mia famiglia».
I suoi genitori hanno avuto un ruolo importante in questo percorso?
«Sì, moltissimo. Mio papà, Giuseppe Morelli, ha lavorato per anni alla Sip e alla Telecom, ma da giovane ha anche giocato a calcio nelle giovanili del Pescara. Mia mamma, Maria Luisa Di Lorito, è stata campionessa italiana dei 60 metri piani con la “Libertas Aterno”. Lo sport, in casa nostra, era qualcosa di naturale».
E la scuola?
«Ho frequentato il liceo scientifico Leonardo da Vinci, ai Colli. Anche quando la mia famiglia si è trasferita a Cepagatti, io continuavo a tornare ogni giorno a Pescara. Era la mia città, il mio mondo».
Dopo il liceo sceglie Medicina. Perché?
«Sentivo forte il desiderio di mettere la mia vita a servizio degli altri. Pensavo che fare il medico fosse la strada migliore. Mi sono iscritta a Medicina a Chieti, con grande convinzione».
Poi arriva un momento di svolta.
«Sì. Dopo la maturità partecipai quasi per caso a un campo scuola delle Suore Domenicane in Val d’Aosta. Lo feci subito perché era anche un’occasione per uscire da casa e fare un viaggio. In quel periodo ero piuttosto lontana dalla Chiesa: la domenica per me era lo stadio, il Pescara di Galeone, non certo la messa. Ma lì è successo qualcosa che mi ha rimesso in ascolto di me stessa».
Cosa è cambiato?
«Ho iniziato a farmi domande vere: come voglio spendere la mia vita? Cosa mi rende davvero felice? Da lì è nato un percorso di discernimento che mi ha riportata lentamente alla fede».
E la sua famiglia come ha preso questa scelta?
«Non è stato semplice. All’inizio con molta paura. Non tanto per la scelta in sé, quanto perché la vedevano come un cambiamento troppo improvviso. Mi dissero chiaramente: o continui l’università o vai dalle suore senza il nostro sostegno. Quando hanno visto che ero convinta, hanno rispettato la mia scelta e sono stati molto contenti».
Quando diventa suora a tutti gli effetti?
«Ho fatto la professione religiosa il 25 gennaio 2000, a Roma. Avevo 25 anni».
Nonostante la vita religiosa, lo sport non è mai uscito dalla sua vita.
«Mai. Ho continuato a giocare a pallone ovunque fosse possibile, in parrocchia, con i ragazzi. Era una passione troppo forte per spegnerla».
Arriviamo alla Nazionale delle Suore.
«Durante la pandemia, nel 2021, parlando con una suora che correva per l’Atletica Vaticana, dissi quasi per scherzo che sarebbe stato bello avere una squadra di calcio. Poco dopo vidi una locandina: stava nascendo la Nazionale delle Suore, per un evento contro la violenza sulle donne. Ho chiamato e mi hanno detto subito sì. Pensavo chissà quali provini dovessi fare, invece l’attimo dopo ero già nelle chat della squadra».
Calcio e vita in convento, trova qualche analogia?
«Assolutamente sì: collaborazione, fiducia, gioco di squadra. Da soli non si arriva da nessuna parte. È testimonianza. Anche il calcio può diventare Vangelo vissuto. Nel calcio impari che da soli non si va da nessuna parte, che bisogna fidarsi dell’altro, rispettare i ruoli. È una metafora del calcio ma anche della vita».
E allora rompiamo i tabù: le suore possono giocare a calcio, fare atletica?
«Sì, uno ha l’idea della suora chiusa e limitata. Ma questa è un’immagine che va ridimensionata. È vero che la nostra vita è donata a Dio per gli altri, una vita di preghiera ma questo non significa che una suora non può fare attività fisica, non può farsi una corsa o giocare a pallone. Un tabù che bisogna romperlo, secondo me, il nostro giocare a pallone, scendere in campo e mettere un paio di pantaloncini è anche un modo per dire alla gente che la vita consacrata è anche questo. Il Vangelo lo testimoniamo e viviamo anche in questo modo».
Come reagisce il pubblico vedendo una suora in pantaloncini giocare a calcio?
«C’è chi apprezza, è contento e ci dice di andare avanti. E chi storce il naso e dice che dobbiamo fare le suore. Ma va bene così, si apprezza anche quello. È una questione di mentalità. Anche Papa Francesco ci ha detto di uscire. Noi viviamo questo invito a evangelizzare anche un campo di calcio».
In che ruolo gioca in campo?
«Difensore, anche se spesso mi spingono più avanti».
Prima di entrare in campo dice una preghiera?
«Sì, con la squadra Abbiamo un refrain, diciamo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente datele”. Un passo del Vangelo che abbiamo cambiato per dire che in campo possiamo dare calci e fare sgambetti» (ride).
Il suo calciatore preferito?
«Io avuto un grande, grandissimo amore per Paolo Maldini. Sono tifosissima del Milan e ricordo ancora che quando il Pescara era andato in serie A, ai tempi in cui ero ancora a Pescara, e andavo allo stadio. Mi ero comprata l’abbonamento per il Pescara e andai a vedere quella partita che andò a finire 5 a 4. Un partitone: vinse il Milan, ma il Pescara gli fece pure 4 gol. E quella volta fu anche per vedere Paolo Maldini».
Tornare a Pescara per giocare che effetto le fa?
«Ogni volta è un’emozione. È tornare dove tutto è iniziato. E ringraziare».
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