La Val di Sangro spegne i motori Alla Sevel contagiato un impiegato

Paesaggio spettrale nel distretto industriale più grande del centro sud Italia. I sindacati: «È giusto fermarsi» La fabbrica dei furgoni Ducato chiusa fino al 30: reso noto il primo caso, esclusi contatti con la linea produttiva
ATESSA. La notizia che tutti temevano in Val di Sangro è arrivata. È un impiegato il primo contagiato Covid-19 in Sevel. Lo ha anticipato ieri pomeriggio la direzione aziendale tramite il responsabile sicurezza protezione e prevenzione di stabilimento ai rappresentanti sindacali. Da tempo si temeva l’annuncio di un paziente positivo al virus che sta immobilizzando l’Italia, e la comunicazione ha scosso l’intera Val di Sangro.
IL PRIMO CASO. Sevel, con i suoi 5.862 lavoratori (di cui 402 impiegati e quadri), è di fatto un “paese industriale”. L’idea di un contagiato in uno stabilimento di 1,2 milioni di metri quadri, di cui 344mila al coperto, farebbe tremare i polsi di chiunque. In questo caso si tratterebbe di un dipendente del Ced (Centro elaborazione dati) che frequenta esclusivamente l’area cosiddetta “palazzina” e non ha avuto alcun tipo di contatto con la linea produttiva. Il contagio risale all’11 marzo scorso. La Asl ha applicato tutte le misure previste per questi casi e al momento non risultano altre persone coinvolte. L’impiegato è attualmente in buone condizioni di salute e non è stato ricoverato in ospedale. Secondo fonti aziendali, sarebbe entrato in contatto con pochissime persone, sempre all’interno della palazzina, che sono state avvisate dalla Asl. Gli ambienti frequentati sono stati tutti immediatamente oggetto di sanificazione da parte dell’azienda.
LA REAZIONE. «Questa è la dimostrazione», ha commentato il segretario Fim Abruzzo e Molise, Domenico Bologna, «che le nostre preoccupazioni erano fondate e che l’unica strada possibile in questo momento è quella di chiudere tutte le attività non essenziali fino a che non sarà dichiarata conclusa questa emergenza». Il dilagare del virus in Val di Sangro aveva spaventato anche lo Slai Cobas che, oltre a indire uno sciopero, aveva intimato l’azienda, già dal 10 marzo, a fermare le produzioni.
LO STOP. Sevel è attualmente in cassa integrazione. La produzione è stata sospesa dal 12 al 16 marzo per procedere agli adempimenti di sicurezza per il contenimento del contagio. Il 17 si è lavorato, ma con un’altissima percentuale di assenze (dovute allo sciopero dei Cobas, ma anche al fatto che i sindacati avevano avvertito i dipendenti della possibilità di non presentarsi al lavoro ed essere coperti con la Cig): al terzo turno lo stabilimento dei furgoni commerciali leggeri si è arreso. Il fermo con cassa integrazione, durerà, come annunciato dalla direzione aziendale, fino al 30 marzo. Al momento non sono state effettuate comunicazioni su una proroga dello stop produttivo, ma Sevel ha fatto richiesta di cassa integrazione per Covid-19 per il massimo consentito dall’attuale decreto del governo, ovvero 9 settimane.
L’ATMOSFERA. Il paesaggio è spettrale nel distretto industriale più grande del centro sud Italia. Le fabbriche chiuse, in un’area dove quasi ogni metro quadro è occupato da capannoni e stabilimenti, consegnano un’atmosfera irreale e silenziosa. A colpire è soprattutto la mancanza di traffico. Se si calcola che solo per Sevel ogni giorno c’è una movimentazione di 200 bisarche, 700 camion da fornitori e 6 treni, si può avere una raffigurazione di ciò che accade in questi giorni di coma del sistema produttivo. “Addormentati” anche tutti i locali commerciali del comprensorio: bar, pizzerie, ristoranti, negozi di abbigliamento e pelletteria, uffici, assicurazioni.
LE ALTRE FABBRICHE. Ad essere partita in forte anticipo rispetto agli altri stabilimenti è la Honda (circa 800 dipendenti) che da diverse settimane si è tenuta pronta per l’emergenza Covid-19, già da quando arrivavano i primi allarmi dalla Cina. È stato quindi subito attivato il crisis management team, intensificata l’igienizzazione di tutti i locali comuni e incentivati ferie e smart working. Honda è attualmente in cassa integrazione fino al 3 aprile, con ripresa delle attività il 6. Anche il resto delle grandi fabbriche dell’automotive si ferma. È così per la Isringhausen (circa 400 dipendenti) che produce sedili per i furgoni commerciali di Sevel. Attività ridotte e richiesta di Cig anche alla Pierburg che realizza componenti per l’industria automobilistica. Cassa integrazione anche alla San Marco (160 dipendenti) che fa cassoni per veicoli commerciali. La ex Blutec, oggi Ma srl, (circa 240 dipendenti) che costruisce traverse sottoplancia e longheroni per i furgoni Sevel, è in cassa integrazione da giorni. Stessa cosa per la Baomarc (lamierati per Sevel, circa 200 lavoratori) e per tutto l'indotto automotive. Ferme anche le fabbriche medio piccole. La Bode Sud (porte per autobus) che dà lavoro a una trentina di dipendenti si ferma domani.
LE REAZIONI SINDACALI. «Finalmente si è presa coscienza che per evitare ulteriori contagi, l’unica possibilità è quella che si è attuata», commenta Amedeo Nanni, Fim. «Purtroppo dobbiamo riscontrare che in Abruzzo il protocollo del 14 marzo non è stato compiutamente attuato in tutti i luoghi di lavoro», rimarca Nicola Manzi, Uilm Chieti-Pescara, «abbiamo messo in campo ogni azione sindacale possibile per proteggere i lavoratori e le aziende da questa pandemia, ora dobbiamo solo sperare che le decisioni prese dal governo siano state tempestive e sufficienti. La priorità è la salvaguardia dei lavoratori e dei cittadini».
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