La vedova Di Resta 25 anni dopo: «Non perdono chi l’ha ucciso»

17 Settembre 2021

Alla cerimonia, a fianco di moglie e figlio del carabiniere morto, anche il comandante interregionale Giuseppina Franzone: «Mio marito avrebbe voluto una famiglia felice. È quello che ho cercato di fare»

PESCARA. «Fa male, fa male come il primo giorno». Gli occhi di Giuseppina Franzone si riempiono di lacrime e le parole si spezzano in gola. Sono passati 25 anni dal giorno in cui il marito, il maresciallo capo Marino Di Resta, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, è stato ucciso in un conflitto a fuoco in via Monte Bertone con una banda di malviventi che aveva rapinato un commerciante di preziosi. Eppure le immagini di quel giorno sono ancora nitidissime, per la vedova. Da allora l’Arma dei carabinieri ha sempre reso omaggio a Di Resta, che aveva solo 34 anni, e anche ieri, nella piazza che porta il nome del maresciallo, è stata organizzata una cerimonia solenne con partecipazione, tra gli altri, del comandante interregionale carabinieri “Ogaden” di Napoli, Maurizio Detalmo Mezzavilla, del comandante della Legione carabinieri Abruzzo e Molise Paolo Aceto, del comandante provinciale Riccardo Barbera, del sindaco Carlo Masci, e del prefetto Giancarlo Di Vincenzo. C’era anche Giorgio Corvaglia, un altro militare che quel 16 settembre era proprio lì, con Di Resta, e riuscì a salvarsi. E la vedova del maresciallo ha raccontato il dolore con cui è stata costretta a convivere.
Signora Di Resta, che ricordo ha di quel giorno?
«È un ricordo doloroso. Pensavo che il tempo riuscisse ad attenuarlo, invece le cose dolorose non si attenuano. E fa male non avere la presenza della persona con la quale volevi vivere, fa male vedere crescere i figli, avere delle soddisfazioni da loro e non poterle condividere. La forza l’ho trovata nei ragazzi, dovevo portarli avanti come avrebbe fatto lui e come avevamo deciso insieme. Io sono rimasta a Pescara perché avevamo stabilito così ed è giusto così. Questa è una bella città e la popolazione ci è stata vicino e continua a farlo, in tutto».
Ma è come se fosse ieri.
«Sì, è come se fosse successo ieri perché non è una scelta nostra, quella di non vivere insieme, è stata una scelta imposta e diventa ancora più difficile da digerire. La nostra situazione non è stata decisa da noi, non l’avremmo mai voluto».
Come sono stati questi 25 anni?
«Sempre con il ricordo doloroso, un ricordo brutto, che fa male e riguarda quel giorno. Ma ci sono i ricordi belli di lui, quelli ci hanno ci hanno sempre accompagnato. Abbiamo riguardato le foto, con i miei figli, abbiamo cercato di realizzare quello che lui avrebbe voluto».
E cosa avrebbe voluto?
«Una famiglia felice».
Com’era nel lavoro, un lavoro in cui si rischia la vita?
«Era bravo, molto intuitivo, aveva un istinto giusto. Io sapevo che avrebbe sparato, se si fosse trovato in una situazione del genere. Teneva al suo lavoro, non si tirava indietro, difendeva anche chi incontrava per strada: una volta ha pagato la multa di un uomo fatta da un collega perché non la riteneva giusta. Cioè, credeva nella giustizia vera, quella che va al di là dei formalismi. Mi sono detta che se lo hanno fatto fuori è perché sono stati proprio cattivi, altrimenti lui si sarebbe difeso. Ma con questo lavoro non si rischia solo la vita: lui ha perso la possibilità di veder crescere i suoi figli. Quando mio figlio si è laureato, durante il lockdown, il professore gli ha detto che avrebbe voluto dargli il bacio accademico, anche se era a distanza, e gli ha chiesto di inquadrarsi bene il volto. Io ho pensato a come sarebbe stato contento anche il padre».
E i suoi figli, cosa ricordano?
«La grande, Velia, che aveva sei anni e oggi ne ha 33 ed è un chirurgo toracico, ha ricordi nitidi del padre buono che l’accarezzava e difendeva gli altri. Il piccolo, Alberico, conserva il ricordo che gli abbiamo costruito noi e vive con l’idea di dover rispettare la legge e di doversi comportare bene perché il padre gli ha lasciato questo insegnamento. Quindi questa cosa è stata molto presente nella nostra famiglia con il senso del dovere, il comportarsi in un certo modo, il non sbagliare, il senso di responsabilità. Sono fortunata, ho due ragazzi splendidi, stupendi, ma probabilmente lui mi ha dato una mano».
C’è il perdono per chi sparò?
«Purtroppo no. Quella era criminalità organizzata e sapevano quello che stavano facendo. Potevano ferirlo e invece lo hanno voluto finire. Il perdono, in questi casi, lo facesse il Padreterno».