La “vinosophia” di D’Eusanio, dandy del Montepulciano

16 Luglio 2015

Il patron di Chiusa Grande racconta le teorie bio e «la bella sorpresa dei vini in vasca di pietra»

di Jolanda Ferrara

PESCARA

Per esprimere il suo attaccamento alla terra e alle radici contadine Franco D'Eusanio, titolare dell'azienda vitivinicola Chiusa Grande (Nocciano), tra le prime biocertificate in Abruzzo e tra le più all'avanguardia in Europa, in trent'anni di vinificazione è arrivato a inventarsi una «vinosophia», un retropensiero secondo cui l'emozione precede la produzione del vino. Un concetto sofisticato che sfocia nell'approccio multisensoriale e si concretizza nella descrizione in retroetichetta. Vinosofia – vinofollia, vino e musica jazz, vino e moda, vino e arte. Tutto pur di valorizzare «il pensiero del contadino abruzzese» e il suo schietto legame col terroir. I vini Chiusa Grande sono espressione “pulita”- cioè ottenuti secondo i principi dell'agricoltura biologica e organica - dei vitigni tipici del territorio: Trebbiano, Pecorino, Montepulciano. Che D'Eusanio, originario di Tollo, ha voluto etichettare anche con le parole della cultura di appartenenza: Soma, Mezzetto, Tommolo, antiche unità di misura agraria. Questa è la sua “vinosofia”. Dall'altra c'è la “vinofollia” di voler rispondere al mercato globale con l'offerta di Chardonnay e Pinot grigio coltivati e imbottigliati sulle colline di Nocciano.

Una novità assoluta per l'Abruzzo è poi l'esperimento delle micro e macro-vinificazioni in vasche di pietra di Pietranico: Trebbiano, Montepulciano e Pecorino “In Petra” in uscita sul mercato nazionale nei prossimi giorni.

D'Eusanio, i Vini della Pietra rappresentano un punto di arrivo o un'intuizione?

«Una bella sorpresa per me. Quello dei vini in vasca come due-tremila anni fa è un progetto di ricerca partito senza sperare di ottenere chissà cosa e invece scopriamo che sono riconoscibili dal consumatore e soprattutto sono considerati dal panel ufficiale di degustazione allo stesso livello dei mosti vinificati con le più moderne tecnologie. Un risultato andato oltre le aspettative».

In concreto cosa cambia nel profilo gustativo e nella qualità del vino?

«Partendo dal fatto che se certe tecnologie hanno resistito per migliaia di anni deve esserci qualcosa di valido, ora possiamo capire il perché e utilizzare queste evidenze al meglio. Cercheremo di spiegare, studiare, capire di più dei batteri, la cessione degli ioni dalla pietra per avere vini più minerali e con minore acidità».

Quale sarà il riscontro pratico di questa ricerca?

«Per la mia azienda significa programmare una parte considerevole della produzione. Al fascino dei vini in vasche di pietra si aggiunge la grande naturalità del prodotto e il fatto che siano percepiti come tali. Troppo interessante per lasciar perdere!»

La certificazione biologica è sufficiente oggi per avere la garanzia del prodotto?

«E' evidente che il marchio bio tuteli in maniera sicura il consumatore, che è sempre più consapevole di essere esposto a truffe e contraffazioni. Con un prezzo pari o leggermente superiore alla media di mercato il prodotto certificato offre sicurezza».

Lei produce una linea di vini senza solfiti aggiunti, “Natura”. Cosa pensa del fenomeno dei vini “naturali”?

«“Naturale” è un aggettivo troppo generico, non significa niente detto di un vino. Prima bisogna codificare cosa si intende per “naturale” e con quali livelli di solforosa. L'attenzione è d'obbligo: i solfiti sono contenuti anche nei cibi, ad esempio nei salumi e nella conservazione del pesce fresco. Succede che tra cibo e vino i rischi si sommino».

Il suo vino per l'estate?

«Un bel calice di D'Eus bianco, blend di autoctoni e internazionali, metodo classico. Aiuta a dare brio e allegria all'estate».

. ©RIPRODUZIONE RISERVATA