Lacrime e rose bianche nel ricordo di 29 angeli

19 Gennaio 2020

I parenti sui resti dell’hotel, lasciano fiori nei punti dove sono morti i loro cari L’arcivescovo Valentinetti in chiesa: «Preghiamo per la verità e la giustizia»

FARINDOLA. Sotto la montagna, davanti alle macerie dell’hotel, le parole prendono corpo: lassù, nel silenzio a 1.200 metri, le “vittime di Rigopiano” diventano volti e voci, che pare quasi di sentirle sotto al totem del resort. Quell’insegna dell’hotel a 4 stelle oggi è una lapide dove per il terzo anno madri e padri, fratelli, sorelle e figli sono andati a commemorare i loro morti. Alle 10 in punto il suono della tromba richiama tutti lì sotto: un momento di raccoglimento, una preghiera con don Luca Di Domizio e la deposizione dei fiori sotto la lapide. Ci sono il prefetto Gerardina Basilicata con il questore Francesco Misiti e tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine e delle istituzioni; la Regione con il presidente del Consiglio Lorenzo Sospiri, il presidente della Provincia Antonio Zaffiri, i sindaci dei comuni delle vittime, gli uomini del soccorso alpino e i soccorritori di quella notte maledetta, le forze dell’ordine. E poi loro, i familiari che mai come quest’anno appaiono stanchi e prostrati da quello che il filone d’inchiesta sul depistaggio sta portando a galla. «Il quadro è diventato più complesso ma anche più veritiero», commenta Rossella Del Rosso, sorella di Roberto, «perché sono emerse prove ulteriori dell’inefficienza delle istituzioni e degli organi preposti alla gestione dell’emergenza. La speranza è che tutte le responsabilità vengano individuate, nessuna esclusa».
«Passa il tempo» dice Antonella Riccetti, la mamma del receptionist Alessandro, «e con le brutte cose che stanno venendo fuori è ancora peggio. Ma dobbiamo tenere alto il ricordo di questi martiri, perché il ricordo è vita e insegnamento». Piange Angela Spezialetti, la mamma di Cecilia Martella che lì faceva l’estetista: «Sono passati tre anni ed è un’assenza pesante, soffocante, io non ancora l’accetto, perché li potevano salvare, è questo che ti fa arrabbiare, li potevano salvare: è dalle 7 della mattina che chiedevano aiuto».
Durante la deposizione dei fiori sotto la lapide-totem, dove campeggia la corona di fiori inviata dal presidente della Repubblica, ogni familiare aspetta il suo turno in un rituale zeppo di contenuti. La commozione lievita quando i familiari, solo loro, varcano il cancello del resort. Là dove tre anni prima c’era un muro di neve a bloccare i 40 prigionieri fino all’arrivo della valanga, i familiari oggi entrano per raggiungere quel che resta dell’albergo. Per i parenti è la seconda volta (la prima lo scorso luglio). Ma adesso ognuno di loro va a posare una rosa bianca nel punto in cui è stato ritrovato il proprio caro. È un momento intimo, forte. Poi di nuovo fuori, a ripetere davanti alle telecamere delle Tv nazionali «quello che si prova». E la risposta è sempre «rabbia, dolore, voglia di giustizia». Ma oggi, soprattutto, è mancanza.
La fiaccolata che segue, con le 29 torce accese, parte come gli altri anni dall’altro muro di neve che oggi non c’è più, al bivio Mirri, dove la sera del 18 gennaio la carovana di soccorsi rimase bloccata in attesa che la turbina gli aprisse la strada, 12 ore per liberare gli otto chilometri che portarono al disastro. La fiaccolata raggiunge la chiesa di Farindola. Accanto al parroco don Luca, prende la parola l’arcivescovo Tommaso Valentinetti. E ricordando «i drammatici eventi di tre anni fa», il prelato invita a pregare «per la verità e la giustizia, affinché siano date risposte a chi le chiede». Inizia la celebrazione, ognuno col suo dolore ascolta il vangelo di Marco e l’omelia dell’arcivescovo che invita all’amore, alla fede, alla forza e dice: «La giustizia terrena non è come quella di Dio: il massimo della giustizia di Dio è la Misericordia e il massimo della Misericordia è la giustizia: solo Dio le sa coniugare». In un angolo, senza fascia, c’è anche il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta.
La messa finisce. Occhi lucidi, escono tutti. Ed è la giustizia terrena che intanto chiedono.
©RIPRODUZIONE RISERVATA