Larysa, la docente rifugiata che ora insegna a distanza

23 Marzo 2022

Professoressa dell’Università di Ternopil si trova in un albergo di Montesilvano «I miei ragazzi studiano anche sotto le bombe, mi collego con loro ogni mattina»

PESCARA. È scappata dalla guerra senza niente, portando con sé soltanto i suoi due figli piccoli, costretta anche a lasciare suo marito in Ucraina. Ma nonostante questo Larysa Tupol, docente di 42 anni della facoltà di Medicina dell’Università della città di Ternopil, ha deciso di continuare a fare quello che faceva prima: insegnare e formare i medici ucraini di domani. Lo fa da remoto, dall’hotel Excelsior di Montesilvano che la ospita. «Oggi più che mai il mio Paese ha bisogno di medici: non posso fermarmi, lo faccio per i miei ragazzi», dice.
LE LEZIONI A DISTANZA
Come nei momenti duri della pandemia, ogni mattina alle 9 accende un computer e si collega con i suoi ragazzi lontani migliaia di chilometri. Metà di loro sono ancora sotto le bombe. Prima di tutto un minuto di silenzio in ricordo delle vittime della guerra. Poi si comincia. Sperando che le sirene dell’anti-aerea non costringano ancora una volta – come accade spesso – i suoi studenti ad abbandonare in fretta il computer per rifugiarsi nei sotterranei. Quando succede lei li aspetta: al loro ritorno si torna a studiare.
«Gli studenti sono spaventati, ma anche contenti e grati di poter seguire le lezioni lo stesso. È un briciolo di normalità», racconta. La resistenza si fa anche così: cercando di non perdere l’anno universitario, cercando di diventare medico per ricostruire dopo la guerra. Almeno lì nell’Ovest dell’Ucraina, come nella città di Ternopil, dove l’eco della guerra è forte e chiaro e spaventa con le sirene, ma la distruzione totale non è ancora arrivata.
LA GUERRA E LA FUGA
«Nel nostro palazzo non abbiamo sotterranei in cui nasconderci. Al suono delle sirene fuggivamo quindi in strada. Poi, fortunatamente, siamo riusciti a trovare il modo di spostarci in un’altra zona: lì c’erano rifugi a disposizione, ma la situazione era comunque davvero difficile», racconta la docente universitaria.
«I miei figli erano troppo spaventati per la situazione, per le sirene dell’anti-aerea e per la corsa nei bunker. Quella di partire è stata una scelta irrazionale e improvvisa: lo abbiamo deciso in un attimo appena si è aperto uno spiraglio», continua Larysa nel suo racconto, «mio marito come tutti gli uomini non è potuto fuggire. Insegna anche lui nella stessa università. Abbiamo lasciato lui, ma anche ogni cosa e ogni certezza. Sono molto preoccupata per i miei cari e per il futuro del mio Paese»
L’ACCOGLIENZA IN ABRUZZO
«Qui ci troviamo bene ed è importante avere anche la possibilità di continuare a lavorare, per chi può farlo da remoto». Larysa si trova in uno dei primi alberghi della costa abruzzese ad aver aperto le proprie porte ai profughi. Con lei ci sono altri ucraini che hanno tentato di raccontare a tutto il mondo – e anche agli abruzzesi tramite Il Centro – quello che sta accadendo nel loro Paese.
C’è per esempio Svetlana, che dalla finestra della sua casa a Kharkiv ha filmato le bombe dei russi: è stata tra le prime a mostrare al mondo la distruzione degli edifici civili. Ora lei è in salvo insieme a sua sorella e alla sua nipotina e ha riabbracciato sua figlia Masha Yerokhova, da tanti anni integrata in Abruzzo.
Ma con lei c’è anche l’imprenditore Alberto De Marco, nato e cresciuto a Pescara prima di trasferirsi a Kiev e ora tornato da rifugiato insieme alla sua compagna Anastasyia. Insieme compongono un punto di riferimento per i profughi ucraini, ma anche l’anima di un’associazione che produce giubbotti anti-proiettile per i civili rimasti in Ucraina, Lvivska Brama.
IL FUTURO
Come loro, anche Larysa dice: «Non so cosa succederà e cosa resterà dell’Ucraina dopo il conflitto. Non so cosa troverà e nemmeno se avrò ancora il mio lavoro. Ma il mio obiettivo, come quello di gran parte delle persone che si trovano nella mia stessa situazione, è quello di tornare in Ucraina appena possibile, per riprendere la mia vita che si è interrotta improvvisamente con la guerra». (l.t.)