Le bombe e la fuga a 7 anni Maria Teresa: ricordo tutto

30 Agosto 2022

Pescarese, tre figli e nonna di 5 nipoti, confida: quella paura non mi lascerà mai «La nostra casa, in via dei Bastioni, fu distrutta. E scappammo a San Silvestro»

PESCARA. «Avevo sette anni quell’estate del 1943. Prima della grande fuga nelle campagne, ricordo che gustavo gli amaretti con i miei cugini quando, all’improvviso, sentimmo le sirene e un boato assordante. Chiesi a mamma: stanno arrivando gli aerei che sganciano bombe vere? Lei rispose: sì, dobbiamo scappare. Mi scoppiava il cuore dalla paura, mai potrò dimenticare quei giorni di terrore e sfollamento. Mio papà dal cielo è stato l'angelo che mi ha salvato». Maria Teresa Gaspari, 86 anni, pescarese, tre figli, Marco, Paolo e Anna avuti dal marito Alfredo Dell’Elce scomparso nel 2009, ha ricordi vivi e lucidi dei bombardamenti che tra agosto e settembre distrussero la sua casa di via dei Bastioni, a Porta Nuova, dove, orfana di papà Alfredo (udinese, morto a 30 anni di polmonite), viveva con mamma Filomena, sarta originaria di San Vito Chietino e nonna Adele di San Severo (Foggia). Le date del terrore si confondono, ma i nomi e i gesti delle persone che le hanno salvato la vita, insieme alla famiglia, restano scolpiti nella mente.
Al primo allarme, racconta, la fuga disperata verso San Silvestro: «Stavo gustando dei dolcetti con i miei cugini, Alfredo, Antonietta e Peppe. Abbandonammo tutto sul tavolo per scappare come forsennati per sfuggire alle bombe. Ci rifugiammo per lungo tempo dentro le stalle, ospiti dei contadini. Uscivamo a raccogliere le bacche per mangiare e ogni sera un giovane tedesco veniva a trovarci. Si era affezionato a me, mi abbracciava e diceva che le ricordavo la sua bambina, era buono e mi voleva bene. In seguito seppi che era stato trucidato sul fronte tra Francavilla e Ortona». Un «lampo di felicità» dopo l’8 settembre: «La guerra è finita, urlavamo, eravamo impazziti dalla gioia». Ma durò poco. «Di nuovo le bombe, questa volta sfollammo ad Atri, dove le mitragliatrici crepitavano. Scappammo a piedi, ci volle molto tempo per arrivare a destinazione, ma ero piccola e il tempo era relativo, tutto sembrava interminabile. Di nuovo trovammo rifugio nelle stalle, la fame nera. Le suore di un convento ci davano una fetta di pane con l’olio in cambio dell’acqua della fonte di Sant’Ilario. Ad Atri feci anche la Prima comunione, biscotti e caffellatte per festeggiare. La nonna mi impediva di giocare con una bambola perché, diceva, poi si rovina».
Successivamente la famiglia sfollò nel paese pugliese di nonna Adele, San Severo: «Ci arrivammo un po' a piedi, un po’ coi treni merci, ammassati l’uno sull’altro. Durante il tragitto a mia madre, vedova e senza un soldo, chiesero persino il pagamento di un grappolo d’uva. All’arrivo, i parenti si sciolsero in lacrime, perché ci credevano morti dopo aver saputo che Pescara era stata rasa al suolo». Poi arrivò la Liberazione e «gli americani ci buttavano pacchetti di gomme da masticare, non sapevo cosa fossero, mi sono quasi spezzata un dente».
All’epoca dei bombardamenti Maria Teresa, nata il 10 marzo 1936, oggi nonna di Giulia, Sara, Paride, Matteo e Jennifer, frequentava la prima elementare in via Italica, dove tornò dopo l’esilio pugliese e dove «ritrovai l’adorata maestra Giovannini». Si fidanzerà con Alfredo, meccanico che emigrò a Melbourne, in Australia, dove lei lo raggiunse per sposarlo e dove vissero tra il 1960 e il 1967 quando tornarono a Pescara per aprire una frutteria in via Vespucci. «La paura delle bombe non mi lascerà mai, ma ne sono certa: fu mio padre a salvarmi».