«Le bombe hanno ucciso i nostri 50 vicini di casa»

15 Aprile 2022

Da Bucha e Irpin a Montesilvano: l’orrore raccontato da tre donne ucraine Alle spalle si lasciano distruzione, morte e ricordi di bimbi che non ci sono più

PESCARA. Alisa Perebyinis, 9 anni, era una bellissima bimba dai lunghi capelli ramati, che frequentava la quarta elementare a Irpin, ma abitava a Bucha.
È scappata di casa, insieme alla mamma e al fratello più grande, per sfuggire alle bombe ma è stata centrata da una scarica di proiettili russi. Anche Igor Denchyck, 14 anni, terza media a Mykhalivsko-Rubezhivsk, ha trovato la morte lungo le vie della città martire. E Alina, 80 anni, era a sfaccendare in casa quando un missile l'ha centrata in pieno. Il marito, che le era al fianco, è rimasto gravemente ferito. Solo il giorno prima, Alina «aveva distribuito focacce ai suoi vicini di casa, affamati e stremati». Poi ci sono anche Ivana, Franka e Naberezhna, tutte morte nel massacro di Bucha, in Ucraina settentrionale.
Madri, padri e figli: cinquanta persone stese a terra, l’una dopo l'altra, colpevoli solo di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Cucinavano in strada perché le loro abitazioni, alle spalle, erano ridotte a un cumulo di macerie. Ma in pochi attimi, le vie Novoyablunska e Staroyablunska si sono ricoperte di sangue.
L'ORRORE. Sono le immagini dell'orrore impresse negli occhi di Iryna Kostikova, 57 anni, titolare di una bottega alimentare; Olga Zekter, 35 anni, avvocato e Olena Shevchenko, 37 anni, impiegata all’ufficio imposte. Le tre profughe, provenienti da Bucha e Irpin, località confinanti, non si conoscevano fino a un mese fa. Alloggiano all'hotel Excelsior di Montesilvano che conta 110 profughi ucraini, tra cui 45 bimbi. Due di essi, Ljuba, 6 anni e Polina, 11 anni, sono figlie di Olena e Olga.
LA SALVEZZA. Quando sono arrivate a Pescara, tra il 18 e il 22 marzo, e si sono incontrate in hotel, hanno scoperto che nei loro paesi abitavano a poca distanza l'una dall'altra. Ed è nata una forte amicizia, cementata dallo stesso destino.
Non parlano ancora l'italiano ma stanno frequentando un corso di lingue. E dicono che qui «non manca niente» grazie all'aiuto dei volontari dell'associazione “Nessuno escluso”, presieduta da Kateryna Alerush che si occupa di soddisfare ogni loro bisogno.
VIVE PER MIRACOLO. «Siamo vive per miracolo», raccontano con l’aiuto di un interprete e con gli sguardi ancora terrorizzati, «siamo riuscite a scappare all'undicesimo giorno di guerra, schivando i carri armati e le mitragliatrici, dopo aver visto morire i nostri vicini di casa. La strada dove abitavamo era lastricata di cadaveri e le nostre abitazioni sono totalmente distrutte. Dicono che i morti di Bucha sono 400, non è vero. Sono molti di più».
I MASSACRI. «Nei sotterranei le donne hanno partorito e i morti sono rimasti lì insieme ai vivi perché nessuno poteva portarli fuori e seppellirli». Ed eccoli gli orrori di Bucha che Putin definisce “fake”. «Lungo le strade», raccontano con gli occhi umidi, Olena, Olga e Iryna, «i cani facevano scempio dei corpi rimasti a terra e le mamme in fuga mettevano le mani sugli occhi dei loro bimbi per non far vedere quello strazio».
Piange Iryna quando ricorda "zia Alina", l'anziana donna che abitava di fronte alla sua bottega «uccisa da un missile piombato sulla casa. Il giorno prima le avevo dato 8 pagnotte di pane da distribuire alle persone rimaste senza cibo. I nostri vicini stavano cucinando sulla strada quando sono stati trucidati, chi fuggiva veniva inseguito e finito. Noi siamo partiti in auto, di corsa per allontanarci dai carri armati che ci sarebbero passati sopra senza pietà. Siamo vive solo perché i russi hanno pensato che su quella strada c’erano solo morti».
Durante il viaggio è finita la benzina. Il sogno di mettersi in salvo stava per svanire. Ma il marito di Olena, Michailo, che poi è rimasto in Ucraina a combattere, «ha fatto ore di fila ad una pompa per procurarci 20 litri di carburante. Non se ne poteva prendere di più. E se fosse rimasto un minuto di più sarebbe morto, perché sono arrivati i russi e hanno distrutto quel distributore».
Sembra incredibile come la tragedia si trasformi in uno sfogo liberatorio. «Ad un certo punto», si conclude il racconto, «abbiamo cominciato a ridere istericamente. Eravamo finalmente salve. Ora stiamo bene, ci avete accolto con affetto, ma vogliamo tornare a casa per ricominciare da dove la nostra vita si è fermata».