Le impronte di Amir sul tir

23 Dicembre 2016

Gli inquirenti sono ormai convinti che l’autore della strage sia il tunisino

BERLINO. Le impronte digitali trovate nella cabina del tir maledetto confermano che il tunisino Anis Amir è il killer della strage di Berlino. Il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maizière parla ancora prudentemente di «alta probabilità», ma gli inquirenti hanno ormai la certezza di essere sulla strada giusta dopo una serie di errori nella sicurezza che hanno scatenato polemiche contro servizi e forze dell’ordine e messo sotto pressione la cancelliera Angela Merkel.

La caccia è aperta in tutta Europa, e a comporre il profilo di estremista islamico del tunisino si aggiungono nuovi tasselli. Uno, fornito da un fratello interpellato dalla Bild, indica che Anis Amri potrebbe «essersi radicalizzato nei quattro anni trascorsi in cella in Italia», durante i quali è passato da un carcere all’altro della Sicilia, facendosi notare per atti violenti. Dalla documentazione carceraria tuttavia «non emergono dati su una radicalizzazione».

Il contesto dell’estremismo islamico è invece più evidente in Germania, dove Amri è arrivato nel luglio 2015. Al setaccio la rete di contatti che si addentra negli ambienti salafiti tedeschi con legami con lo Stato islamico, come quelli legati al predicatore iracheno Abu Walaa, al cui circolo Amri faceva riferimento, pur non essendo uno dei membri più stretti. Diversi blitz della polizia hanno interessato tre città, i luoghi che racchiudono la «vita tedesca» di Amri.

Nei blitz 4 fermi a Dortmund, con brevi interrogatori e successivi rilasci. Ad Emerich è stato perquisito il centro profughi nel quale Amri era registrato. A Berlino irruzioni in appartamenti a Kreuzberg e Prenzlauer Berg e in un’associazione-moschea ritenuta crocevia di estremisti.

La caccia continua, accanto alle polemiche per quella che uno dei maggiori esperti di terrorismo tedeschi, Peter Neumann, ha definito alla Dpa «il fallimento della sicurezza». Il settimanale Focus ha scritto che la polizia del Nordreno-Vestfalia (Lka) era a conoscenza dei piani di Amri di compiere attentati «almeno dalla scorsa estate». La Sueddeutsche ha scovato nelle carte degli inquirenti che il tunisino «si era addestrato in Bassa Sassonia per combattere in Siria». Dagli Usa il New York Times ha rivelato che Amri era nel radar dell’intelligence ed era stato inserito nella no-fly-list statunitense. Lo Spiegel ha svelato che era anche nel mirino dei servizi tedeschi «per essersi offerto come kamikaze». Aveva cercato online come procurarsi bombe e nella vita reale armi automatiche. Intanto diventa un caso lo “strano” tweet del leader del movimento anti-Islam Pegida Lutz Bachmann che, a due ore dall'attacco, ha cinguettato «l'autore è un musulmano tunisino», attribuendo l'informazione a fonti della polizia, mentre gli inquirenti ufficialmente stavano ancora battendo la pista del pachistano, poi rilasciato.

Nelle testimonianze di chi l’ha conosciuto, Amri è descritto come un individuo violento, pronto a soffiare sul fuoco della protesta, poco religioso, ma da un certo punto in poi incline a comportamenti sospetti, assimilabili a quelli di un soggetto che medita un percorso di radicalizzazione e di adesione ideale al terrorismo di matrice islamica. Un compagno di carcere detenuto con lui ad Agrigento lo descrisse così: «Un terrorista islamista che mi terrorizza per convertirmi all’Islam» e dichiarò che Amri lo minacciò di volergli tagliare la testa perché era cristiano.

Per questo nel novembre 2014 il Dipartimento amministrazione penitenziaria mise Amri sotto osservazione e lo segnalò al Comitato analisi strategica antiterrorismo. E per questo in una nota redatta nel giugno 2016, quindi dopo la sua scarcerazione, dalla Digos di Catania Amri viene tratteggiato come un «personaggio di indole violenta, carismatico, di stretta osservanza dei principi religiosi islamici».

La procura di Palermo sta tentando di ricostruire il periodo trascorso in Sicilia, delegando alla Digos i primi accertamenti. Le carte sulla storia carceraria dell’uomo, sbarcato nella primavera 2011 a Lampedusa, dicono che fu arrestato dai carabinieri il 23 ottobre 2011 nel centro di accoglienza di Belpasso, nel catanese: con altri 4 immigrati aveva appiccato il fuoco nel centro e aggredito un operatore. Amis fu condannato a 4 anni di reclusione per danneggiamento a seguito di incendio, lesioni, minaccia, appropriazione indebita.