Le opere dimenticate di Michetti La figlia chiede il risarcimento

26 Aprile 2016

L’erede dello scultore torna a fare causa al Comune, pronta a riprendersi e a portare altrove le opere donate dal padre alla città. È il terzo caso dopo la collezione di Di Persio e di Alfredo Paglione

PESCARA. Cinque anni di attesa tra promesse e silenzi fino all’ultimo, dell’attuale sindaco Alessandrini, che l’ha convinta a riaprire la causa con il Comune e a chiedere non solo indietro le opere donate dal padre, ma anche il risarcimento per il danno arrecato alla memoria dell’artista. Torna alla carica, Laila Michetti, figlia dello scultore e artista Vicentino che donò a Pescara 45 disegni, un dipinto e 37 sculture perché ne godesse la città.

A cinque anni dalla transazione sottoscritta il 9 febbraio 2011 con l’allora sindaco Luigi Albore Mascia che si impegnò a ospitare quella produzione nella sala degli Alambicchi dell’Aurum, non solo non è successo niente, ma a detta dell’erede i nuovi amministratori si sarebbero rimangiati anche quanto scritto su quell’accordo legale. «Me l’ha detto chiaramente il vice sindaco Del Vecchio qualche mese fa», afferma Laila Michetti, «nella sala degli Alambicchi c’è l’opera di Turcato. È improponibile e impossibile, mi ha detto Del Vecchio che quella sala possa mai ospitare le opere di mio padre. Ha sbagliato chi me lo ha promesso».

È così che la speranza, già ridotta al lumicino, per Laila Michetti si è trasformata in consapevolezza che Pescara, come già avvenuto per la collezione di 200 opere di Venceslao Di Persio e per quella donata dal mecenate Alfredo Paglione che se l’è dovuta riprendere, non troverà mai lo spazio promesso per le opere dell’artista.

«Gli amministratori che abbiamo avuto negli anni sono riusciti ad apprezzare e a valorizzare l’unica opera di papà, l’Elefante, che ha poco a che vedere con la sua arte, visto che la fece come una provocazione». Di qui la decisione di Michetti, sofferta ma inevitabile, di riprendersi le opere, molte delle quali lasciate ancora nei sottoscala del Comune, per portarle altrove, «anche se papà amava Pescara più che mai».

«Proprio in questi giorni sono in trattativa con un altro Comune abruzzese interessato a ospitare e a valorizzare le opere di papà. Ma per riprendermele devo riaprire la causa e ho già dato mandato per questo all’avvocato Vigorita di Napoli. Ma questa volta non credo più a nessuno, andrò avanti fino alla fine, questi politici e questi amministratori non si meritano l’arte di mio padre. Se non bastasse come hanno trattato le sue opere, offendendolo come artista, basta vedere come hanno offeso la sua memoria intitolandogli una via di tre metri quasi alla fine di via Tirino, un vicolo senza sbocco e nemmeno asfaltato».

«Una nuova causa», conclude Laila Michetti, «che arriva dopo quella per la quale il Comune ha dovuto versare di spese legali già 9mila 834 euro. E pensare che mio cugino aveva progettato gratuitamente l’allestimento per la sala degli Alambicchi per un costo di 20mila euro». (s.d.l.)

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