Lo sfogo di Salzetta: nessuno mi credeva

Fabio è il sopravvissuto, con Parete diede il primo allarme «Ho pensato che un terremoto aveva distrutto tutto»
FARINDOLA. Fabio Salzetta ha lo sguardo di chi non è mai uscito dall’incubo in cui è finito tre anni fa. Troppo è quello che ha vissuto il manutentore dell’hotel: sotto quelle macerie ha perso la sorella Linda, dipendente come lui nel resort e, salvandosi nel vano caldaia, ha vissuto la disperazione di scoprire per primo il disastro della valanga. E senza che nessuno, pur chiamando, gli credesse per andare a salvarlo. Ieri mattina, come gli altri familiari, anche Fabio, con la ragazza, con l’altro fratello Piero e con Davide, il fidanzato di Linda, ha varcato il cancello del resort per lasciare un fiore nella zona dell’albergo dov’è morta sua sorella.
Fabio, tu hai visto Linda per l’ultima volta intorno alle 16 quel giorno. Ti ricordi dov’era?
Sì, è proprio lì che sono andato oggi (ieri ndr). In corrispondenza della cucina, dove Linda stava lavando i piatti. Io ero rientrato un momento per lasciare il marsupio, dopo ore e ore passate sul bobcat a pulire il piazzale dalla neve. Stavo andando a scaricare il pellet nel vano caldaia e ho incrociato il suo sguardo mentre ero sul retro. Un attimo, mi ha sorriso. È stata l’ultima volta.
Sui resti dell’hotel eri già stato con gli altri familiari lo scorso luglio. Ma stavolta c’era la neve, come tre anni fa. Che hai provato?
È sempre un brutto effetto, rivivi quei momenti, ti viene come un tremolio. Un tremolio dentro che è come la paura.
Si parla tanto degli allarmi inascoltati. Tu, con Parete, sei un testimone diretto di quell’urlo ignorato. Com’è andata?
Dopo esserci ritrovati io e Parete fuori, con l’hotel che non c’era più, abbiamo iniziato a chiamare con il suo telefonino. Chiamavamo, ma nessuno ci credeva. Era surreale. Ci dicevano che non era vero. Non sapevamo più che cosa dire per essere creduti. È andata avanti così per più di un’ora. Poi chiamavamo il 115, il 118 ma le linee erano non funzionanti.
Che cosa hai pensato in quei momenti?
Ho pensato che non ci davano retta perché forse c’erano già state altre chiamate per cose che non erano gravi. E a un certo punto ho creduto che c’era stato un terremoto che aveva distrutto tutto, anche i paesi vicini. Perché all’inizio non pensavo alla valanga, pensavo che l’albergo fosse crollato per il terremoto. Per questo, per paura che scendesse altra neve, io e Parete abbiamo cercato di allontanarci, di cercare un riparo, siamo andati fin sotto al totem, in cemento armato, poi siamo tornati in macchina. Era tutto surreale. Ho pensato che saremmo morti là, perché nessuno poteva venire a salvarci. Invece poi scopri che lo sapevano dalla mattina di Rigopiano isolato dalla neve, scopri tutte quelle chiamate che hanno fatto dall’albergo. E che il disastro era solo sotto quella valanga.
Oggi con chi ce l’hai?
Ce l’ho con chi non ha liberato la strada, con chi ha permesso di far rimanere aperto l’hotel e con chi ha accompagnato le ultime persone su. La polizia provinciale il giorno prima ebbe il coraggio di accompagnare la gente per salire su.
Ma lo spazzaneve era passato.
Sì, il pomeriggio del 17 era passato per far scendere i clienti che andavano via e per far salire quelli che arrivavano, ma la situazione era già grave.
Che cosa chiedi?
Un po’ di verità. Visto che è dura trovarla per tutto lo schifo che c’è dietro, almeno un po’ di verità. Nel rispetto di chi ci ha rimesso la vita. (s.d.l.)
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