Lucio Fumo, ottant’anni a ritmo di jazz

15 Dicembre 2016

Dall’idea del festival all’incontro con Ella Fitzgerald e Dario Fo: «La vecchiaia non la sento, e poi l’alternativa è peggio»

PESCARA. L’elisir di lunga vita di Lucio Fumo? Il jazz, manco a dirlo. Quella magica mistura di improvvisazione, poliritmia, sincope, note swing e blue note lo ha «folgorato» adolescente e lui ha voluto ostinatamente e generosamente condividerla con la sua città, trasformandola con un festival in un punto di riferimento per gli amanti del genere a livello mondiale.

Il suo Pescara jazz ha quasi mezzo secolo, Fumo aveva 28 anni quando lo ideò: ieri ne ha compiuti 80 e la passione ed energia che riserva a questa sua creatura sono miracolosamente intatti. Ex bancario dall’aspetto austero, sconfinata cultura musicale, serietà mai seriosa nella gestione del festival come della Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara” che pure ha fondato, fanno apparentemente a pugni con quella definizione del venerato Duke Ellington che recita: «Il jazz è sempre stato come il tipo d'uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia», frase che racconta di artisti, emozioni ed esistenze fuori dagli schemi. Ma Fumo è proprio una persona fuori dagli schemi, un uomo libero, come i suoi scapestrati jazzisti.

Come è cominciato tutto?

«Io sono cresciuto nella musica. I miei erano impegnati con il caffè a Teramo e io stavo sempre con le mie cugine, un soprano e una pianista, quindi ascoltavo lirica. Il jazz lo scoprii per caso. Facevo la 2ª media, a una festa sentii il “Ballo del taglialegna” di Woody Herman e andai a subito a comprare il 78 giri. Ma la passione sboccia un paio di anni dopo, con l’ascolto di Ellington. Andavo a Bologna, Milano, Lecco, dove si facevano i migliori concerti. Ho cominciato a conoscere l’ambiente. Insomma di lì a poco, siamo nel 1966/’67, è nata la “Barbara”.

Quale il primo concerto?

Quello di Oscar Peterson e a distanza di un anno ci fu l'orchestra di Ellington al Massimo: 1600 posti ma eravamo in 2000 almeno. Da lì scattò l’idea del festival jazz: il giorno dopo Diego De Sisto, allora presidente dell’Azienda di soggiorno, mi disse: dobbiamo fare un festival. E io: ma sei matto? Lui: no, il posto c’è, le Naiadi, i soldi li mettiamo noi. Altri tempi. Andai a Bologna a contattare Bill Evans che mi disse: vengo volentieri. È stato il primo jazzista a suonare al Pescara jazz nel1969.

Pescara come accolse il festival?

È una città giovane, con gente venuta da altri posti, prese la novità con entusiasmo. Fin da subito venne la Rai con Adriano Mazzoletti che registrò tutto e trasmise il festival per 4 o 5 anni dandoci grande popolarità. E arrivarono i grandissimi: Duke Ellington, Miles Davis, Ella Fitzgerald, Natalie Cole, Pat Metheny....

Fino all’interruzione nel 1976.

Sì gli anni della contestazione giovanile, dei concerti gratuiti. Per noi e Umbria jazz furono problemi. Di Pescara jazz si occuparono le cronache quando alle Naiadi una sera ci scappò un colpo di pistola. Chiudemmo e pensammo: è finita. Fino al 1980. Quando entra in scena Carlo Lizza. Nel corso di un programma radiofonico il giornalista Franco Farias invitò 4 o 5 persone tra le quali io e De Sisto e chiese a bruciapelo all’assessore alla cultura: ma non si può riprendere il Pescara jazz? E Lizza: sì, certo l'anno prossimo. Pensammo al politico che promette per non dire no, invece dopo una settimana mi chiama e mi fa: delibera approvata, a luglio si riparte, preparati. Dalle Naiadi ci trasferimmo al teatro D'Annunzio. Facemmo 12mila presenze.

La migliore serata?

Difficile una graduatoria per un festival che a ha aperto anche all'altra grande musica americana, il folk, portando James Taylor, Bob Dylan, Joan Baez . Però... Era il ’74. E noi portammo in una sera sul palco Miles Davis e Keith Jarrett, oggi costerebbe 400mila euro. C’era gente da tutta Italia, 4000 paganti.

Qualcuno che avrebbe voluto e non è venuto?

Luis Armstrong, Charlie Parker, Billie Holiday, ma perché sono morti.

Il ricordo più caro?

Avevamo Ella Fitzgerald in concerto. Pioveva e ci dovemmo trasferire al Massimo e lei doveva cantare a mezzanotte. Verso le 11.30 con la mia Lancia Appia andai a prendere lei e Norman Granz , il manager. che mi presentò come direttore del festival. E lei mi disse: Senti Lucio che vuoi che canti stasera? Io mi misi a spiegare del festival, e lei: “Body and soul” va bene? Mi emoziono ancora a pensarci, Ella Fitzgerald che chiede a me..... Cominciò a cantare a mezzanotte, era l’una e un quarto e non si riusciva più a fermare, la gente urlava, un delirio. Partì il giorno dopo per Nizza. Sentii alla radio che era stata ricoverata lì, era ormai cieca.

Per la “Barbara” ci fu anche una memorabile kermesse con Dario Fo e Franca Rame. Che ricordo ne ha?

Stupendo. Fo aveva da poco vinto il Nobel. Li avemmo per una settimana, costò 100 milioni ripresi. Io li avevo visti al Quirino quando ero a Roma e ne ero rimasto estasiato. Facemmo una conferenza stampa di 90 minuti e c’era un consigliere della “Barbara” ora scomparso, cattolicissimo, che era perplesso dalla scelta Fo-Rame. Lo costrinsi a venire all’incontro stampa, Fo parlò di tutto: religione, politica, arte, teatro. Tutto. Alla fine il consigliere mi chiamò da parte e mi disse: ti ringrazierò tutta la vita, credevo di venire a sentire un comunista ateo e saccente e ho sentito un uomo di cultura immensa, affascinante.

Ora ha 80 anni. Come li vive?

Benissimo. Sono in salute e mi sento come 40 anni fa, non mi sono reso conto di arrivare a questa età: mai acciacchi, mente super impegnata tra jazz e teatro. Mi ritrovo in una frase di Maurice Chevalier: “La vecchiaia tutto sommato non è così male, soprattutto se pensiamo all'alternativa”.

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