«Ma non è stato Gagliardi a sparare»

Gli avvocati della difesa chiedono l’assoluzione dell’uomo condannato a 19 anni in appello
PESCARA . Ventisei pagine per chiedere l’annullamento della condanna inflitta a Vincenzo Gagliardi dalla Corte d’appello dell’Aquila per l’omicidio di Carlo Pavone.
A curare il ricorso sono i legali del dipendente postale, da un anno agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico, gli avvocati Umberto Del Re e Barbara Santolieri, rispettivamente del Foro di Vasto e Chieti. Il motivo di ricorso, spiegano i legali, risiede nella «mancanza di prova della responsabilità penale dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio». Il primo aspetto che viene evidenziato è «l’incompatibilità spazio-temporale tra lo sconcertante delitto commesso e la sua riconducibilità in capo all’imputato». La difesa pone molti interrogativi in relazione all’orario del ferimento dell’ingegnere, che «si collocherebbe tra le 19.40 e le 20.10». Una circostanza, sottolineano gli avvocati, assolutamente contraria alla realtà processuale, alle risultanze dei tabulati, alle deposizioni» dei testimoni, tra i quali anche uno dei figli dell’ingegnere ucciso. «Il punto», si legge nel ricorso, «è di fondamentale importanza atteso che l’esatta determinazione dell’orario di discesa in garage di Pavone, costituisce un elemento essenziale alla ricostruzione dell’accusa, e, per contro, un altrettanto essenziale elemento a discarico di Gagliardi, difettando qualsiasi prova in ordine alla presenza dell’imputato nel luogo del ferimento, in orario compatibile con il fatto, risultando insussistente qualsiasi prova che Gagliardi si sia mai recato in via De Gasperi di Montesilvano in quel giorno».
Insomma, secondo la difesa, non ci sarebbe alcuna prova che l’imputato si trovasse sulla scena del crimine nel momento in cui questo veniva commesso.
Ad argomentare questa ipotesi, secondo gli avvocati, «le fallaci ricostruzioni», come si legge nel ricorso, della moglie di Pavone, Raffaella D’Este. Gli avvocati della difesa si soffermano su orari, tabulati telefonici e testimonianze. La donna «scossa dall’accaduto», rimarcano, avrebbe riferito che il marito scese in garage alle 20,30, «ma ciò è certamente non vero in quanto il tabulato telefonico dimostra che alle 20.10 alla prima telefonata effettuata dal figlio su richiesta della D’Este, Pavone non rispose, evidentemente perché già attinto dal proiettile in strada».
Altro capitolo è dedicato alla verifica degli spostamenti di Gagliardi. «I dati relativi ai movimenti dell’imputato, nelle ore precedenti il ferimento di Pavone», si legge sempre nel ricorso, «si arrestano alle 18.45 del 30 settembre, quando lascia la figlia all’aeroporto. Soccorrono però le dichiarazioni dell’altra figlia, e della madre, che collocano l’orario di rientro a casa di Gagliardi alle 20-20.05. Orario inequivocabilmente e logicamente incompatibile con il riferito lasso temporale di ferimento di Pavone, a ventuno chilometri di distanza».
La polizia giudiziaria ha stimato in 17 minuti il tempo di percorrenza tra il luogo del delitto e la casa dell’imputato, a Chieti. (a.bag)
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