Ma per le donne la beffa arriva a 57 anni

11 Maggio 2015

Class action e gruppi facebook contro la circolare dell’Inps che congela i pensionamenti

ROMA. Una class action per andare in pensione a 57 anni, Uno dei quei rari casi, almeno per l’Italia vista la legge molto restrittiva che regola questo tipo di “azioni collettive”, in cui oltre cinquecento donne si sono unite per chiedere al Tar del Lazio di uscire dal lavoro quando, oltre all’età, si riescano a raggiungere i 35 anni di contributi prima del prossimo 31 dicembre. Sì, perché il nodo sta proprio nella tempistica, con l’Inps che ha di fatto congelato questa possibilità alla fine dello scorso anno facendo scattare un moto di rabbia e, un comitato con tanto di gruppo Facebook che potrà raccogliere ancora adesioni fino alla fine di maggio. Il tutto accompagnato da una richiesta diretta al ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti. La possibilità di un pensionamento anticipato, ma con un assegno calcolato interamente con il metodo contributivo, sistema che fa perdere un bel po’ di soldi rispetto al retributivo (almeno il 20-25%), fu introdotta sperimentalmente dalla riforma Maroni nel 2004 e sarebbe dovuta andare avanti appunto fino al prossimo dicembre: 57 anni di età per le lavoratrici dipendenti, 58 per le autonome, con oltre 8mila donne che negli ultimi anni hanno scelto questa soluzione. Ma, come accade piuttosto frequentemente nel magmatico mondo delle pensioni, nel 2012 lo stesso Inps emanò due circolari: l’interpretazione della legge Maroni includeva da quel momento le“finestre mobili” (12 mesi per i dipendenti, 18 per gli autonomi) accorciando di fatto il termine della sperimentazione e lasciando così al palo migliaia di donne, molte delle quali rimaste senza lavoro a causa della crisi. «Si tratta di un’interpretazione arbitraria ed illegitima», scrivono nel ricorso gli avvocati del comitato Andrea Maestri e Giorgio Sacco: i due legali hanno anche colto l’occasione per ricordare le risoluzioni parlamentari che impegnavano il governo ad una correzione ed al ripristino di fatto della scadenza alla fine di quest’anno. Il comitato per l’Opzione Donna ha quindi presentato lo scorso ottobre la diffida all’Inps prevista dalla legge sulla class action, mentre l’istituto da parte sua ha continuato ad accettare domande in attesa di un’indicazione del ministro Poletti che però non è mai arrivata. Da qui, dopo i novanta giorni previsti per la diffida, la partenza dell’iter della class action.