Madre e figlio uccisi a bastonate

25 Gennaio 2016

Preso l’assassino che confessa: lite per la droga. La donna rincasata al momento sbagliato

PESCARA. Una discussione banale, scoppiata durante la riparazione di un computer con il mouse fuori uso. È cominciato tutto da lì, poi quel battibecco è sfociato in una lite dai toni sempre più accesi, e forse si è parlato di debiti legati alla droga. Da lì è esploso un impeto di violenza, irrefrenabile, che ha portato Maxym Chernysh, 25 anni, ucraino, residente a Francavilla al Mare, ad uccidere il giovane che gli vendeva droga, Miksza Arkadiusz, polacco, di 22 anni, detto Arka, e poi sua madre, Krystyna Miksza, 53 anni, che è entrata in quella casa al momento sbagliato, si è trovata di fronte il giovane che stava uccidendo il figlio, è stata colpita brutalmente e abbandonata ancora viva.

L’assassino, che poi ha confessato tutto di fronte a polizia e carabinieri ma ha chiarito di essersi solo difeso, si è allontanato immediatamente da quella mansarda di via Tibullo, al civico 25, un bilocale composto da un ingresso-soggiorno, una camera da letto e un bagno. Ha abbandonato lungo la strada un borsone con una mazza da baseball insanguinata, trovato nel giro di poco dai carabinieri che hanno seguito le tracce di sangue lasciate sulla via, e si è nascosto nello sgabuzzino di un condominio, in via dei Pretuzi, dove è stato scovato e braccato dalla polizia.

I primi ad arrivare in via Tibullo sono stati i soccorritori del 118, allertati da una donna che, dall’appartamento sottostante, ha sentito il trambusto nella mansarda e ha visto un giovane fuggire. La porta del mini appartamento era aperta e appena più in là c’era Krystyna Miksza. Era ancora viva, respirava, ma è morta nel giro di pochissimo. Aveva delle ferite da taglio al volto, sul collo, sui polsi, e i capelli intrisi di sangue. Indossava il giubbino per cui è possibile che fosse appena entrata in casa e, assistendo alla lite, abbia tentato di salvare il figlio ma non abbia potuto far niente per sottrarlo alla furia omicida dell’ucraino, anzi è stata a sua volta assalita dal killer.

Il figlio Arkadius era poco più in là, in camera da letto, riverso a terra, in una pozza di sangue, con il volto scuro, come se fosse stato colpito violentemente sul capo. Era già morto. C’era sangue ovunque, nel bilocale, così come lungo le scale.

Nei minuti successivi sono arrivati i carabinieri del Nucleo Investigativo, diretti dal capitano Massimiliano Di Pietro, e poi il personale della squadra mobile e della squadra volante, diretti rispettivamente da Pierfrancesco Muriana e Dante Cosentino, che hanno avviato le ricerche dell’assassino. Ma la sua fuga è durata davvero poco.

Era ferito, ha perso sangue e lasciato tracce del suo passaggio ovunque, sia lungo le scale dell’edificio di via Tibullo sia in strada, e seguendole è stato scovato un borsone scuro abbandonato a poca distanza, tra due auto parcheggiate fuori al parco Di Cocco. Dentro c’erano una mazza da baseball sporca di sangue, un coltello, un giubbino, camicia e cravatta, un laccio emostatico e una siringa.

Ha continuato la sua corsa, è arrivato a un palazzo in fondo a via dei Pretuzi, ha scavalcato il cancelletto, con le mani insanguinate, e si è infilato in uno sgabuzzino, un locale dove si trovano contatori e autoclave. Si è chiuso lì dentro, armato di coltello e raggomitolato su se stesso, ma lo hanno scovato ed è stato costretto ad arrendersi. È stato accompagnato in questura, dove ha ammesso le proprie responsabilità, e poi è finito in ospedale, perché aveva i tendini recisi. Per lui è scattato l’arresto per duplice omicidio e rapina e in serata, assistito dall’avvocato Vincenzo Di Girolamo, è stato interrogato dal sostituto procuratore Salvatore Campochiaro. Avrebbe ammesso di aver assunto droga, nel pomeriggio, insieme alla sua vittima, prima del delitto.

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