Maksym dalle due facce e la mamma che si dispera

26 Gennaio 2016

Il 25enne arrestato per omicidio era in cura da tempo per i problemi di droga Stava per entrare in comunità: «Eppure non aveva mai dato segni di violenza»

PESCARA. È una storia di madri e di figli, di madri sole e forti, capaci di ammazzarsi di fatica, e di figli che non trovano pace né di là, a casa loro, né di qua, nel Paese straniero dove hanno scelto di stare. Fino a ieri si è parlato di Krystyna e di Arka, le vittime della mattanza di domenica pomeriggio in via Tibullo, ma della enorme tragedia fanno parte anche l’assassino Maksym e sua madre Natalya. Polacchi i primi (53 e 22 anni), ucraini i secondi (25 e 48 anni), ma badanti entrambe le madri sempre pronte al lavoro pur di racimolare qualcosa di più per i loro ragazzi così sfortunati. Dall’altra i figli, giovani problematici perennemente a caccia di un lavoro, con la fragilità di chi non si sente mai al posto giusto tanto da fare della droga l’unico rifugio. E sempre a spese delle madri.

È una storia allo specchio quella di Arka e del suo assassino Maksym che avevano scelto la via dell’emancipazione da quelle madri così presenti e apprensive, ma senza averne nè i mezzi economici nè le qualità. E se da una parte Arka ottiene la mansarda di via Tibullo grazie alla madre che si affida al favore della connazionale che abita in quella stessa palazzina, andandogli comunque a cucinare e a rassettare ogni giorno (fino a domenica pomeriggio), dall’altra Maksym proprio domenica, dopo qualche giorno trascorso in albergo, va a vivere da solo nel bilocale di Arka con il portafogli pieno dei soldi che gli aveva dato mamma Natalya prima di lasciarlo andare dall’appartamento che i due condividevano a Francavilla, in via Monte Corno. Ma non ci sono solo i 150 euro per pagare la sua quota di affitto nel borsone. Mamma Natalya gli ci ha sistemato, con tanto di gruccia, anche una camicia stirata e una cravatta. Perché Maksym, che in Ucraina si era diplomato da elettricista, stava facendo un corso di formazione professionale proprio per parificare quel diploma in Italia e farne finalmente un lavoro, con un piccolo rimborso che aveva sempre gestito la madre prima di quella prova di fiducia, del via libera in via Tibullo. Insomma un progetto Maksym ce l’aveva, un progetto avviato da più di un anno e mezzo con i sanitari del Sert di Chieti che continuavano a seguirlo anche adesso. «Una persona splendida», lo descrive sconvolta e addolorata il direttore del Sert Paola Fasciani, «sempre rispettoso, mai aggressivo, sicuramente non un violento, piuttosto un ragazzo mansueto che assolutamente non si può descrivere come un assassino, come un criminale. Alla luce dei fatti davvero dottor Jekyll e Mr Hyde», va avanti la dottoressa, «perché non è mai stato violento, ma sempre molto educato, seguito a vista da quella madre che non lo mollava mai. Sicuramente aveva dei lati che teneva nascosti, non si è mai capito se per pudore o per altro, ma non c’è mai stato nulla che lasciasse presagire una violenza simile. Un ragazzo dai comportamenti sempre congrui, più che rispettosi, sempre il primo ad arrivare e sempre l’ultimo ad andarsene quando c’era da frequentare un corso. E la mamma gli stava sempre dietro, sempre attentissima».

Forse è per non deluderla, per non leggere il dolore nei suoi occhi che domenica sera, quando i poliziotti lo hanno portato in questura, pur se stravolto Maksym chiede che non venga avvertita la madre. Alla fine si convince, la madre con il cuore in gola si precipita da Francavilla a Pescara, per scoprire quello che mai si sarebbe aspettata. E ancora si fa forza, e ancora dà forza al figlio che l’accoglie con le mani ferite, i tendini recisi per essersi difeso dall’aggressione di Arka che, racconta Maksym, con un mix di cocaina ed eroina in corpo pretendeva i suoi soldi a colpi di coltello. Come Krystyna, che agli occhi dell’ucraino (a sua volta sotto l’effetto di metadone) in quel delirio di sangue e dolore appare come la complice piombata d’accordo con Arka per derubare lui, il nuovo inquilino. E quando lei forse lo colpisce per difendere il figlio, Maksym risponde con tutta la forza che gli resta per pararsi e salvarsi. E a colpi di mazza e coltello li uccide entrambi. È raggomitolato su se stesso quando i poliziotti lo trovano nascosto in uno sgabuzzino di via dei Pretuzi. Lui che nel 2012 aveva raggiunto la madre che sette anni prima l’aveva lasciato 15enne in Ucraina, ci aveva provato a stare in riga. Ma poi era subentrata la droga per cui si era fatto denunciare la prima volta appena arrivato, quando i carabinieri lo beccarono con 130 euro di merce rubata all’Iper di Città Sant’Angelo.

La condanna, il permesso di soggiorno nel 2013 e ancora un altro scivolone per poche decine di euro: è il 2013 quando in cambio di 50 euro propone a una donna, derubata del telefonino, la restituzione del cellulare. La donna accetta, ma all’appuntamento con Maksym ci va con i poliziotti che lo arrestano per estorsione. Per lui obbligo di dimora, fino allo scorso luglio, a casa della mamma che lo sostiene ancora e di più, tanto da rinunciare anche ad alcuni lavori pur di stargli dietro e accompagnarlo nel suo percorso di liberazione dalla droga.

Come Krystyna, che a giugno aveva già fissato l’appuntamento per portare il suo Arka al primo colloquio per disintossicarsi. E se alla fine Krystyna è morta per difendere il suo Arka, Natalya deve continuare a vivere per il suo Maksym, il figlio ritrovato in Italia dopo tanti anni di lontananza, ma troppe volte perso.

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