Malata cronica, costretta a letto a 37 anni

San Giovanni Teatino, donna chiede di essere curata in un centro riabilitativo. Ma l’Asl dice no
SAN GIOVANNI TEATINO. Costretta a vivere a letto, senza potersi vestire da sola e senza mai uscire, nemmeno per andare al lavoro nel suo negozio di ottica. È la grave condizione di una donna 37enne di Sambuceto, Debora Brandimarte., che ormai da tre anni vive prigioniera di un atroce dolore neuropatico lombosacrale cronico, aggravato da un intervento chirurgico per un'ernia, eseguito senza successo all'ospedale di Teramo. Dolore che non le consente di svolgere una vita in autonomia, nonostante i farmaci che assume ogni giorno.
Costretta a letto dalla sua patologia e dal muro innalzato dalla Asl di Chieti che si rifiuta di autorizzarle il ricovero in un centro di riabilitazione. Di fronte all'ennesimo diniego dell'unità di valutazione dell'azienda sanitaria, ha deciso di presentare una denuncia ai carabinieri. Sarà per motivi di budget, per i tagli determinati dalla spending review. Sarà che al giorno d'oggi un ricovero ospedaliero può diventare anche un miraggio per chi sta male, perché peserebbe troppo sulle pubbliche casse che Stato e Regioni non esitano a risanare risparmiando sulla salute dei cittadini, fatto è che per la ghiovane donna il posto nel centro di riabilitazione extra-ospedaliera Santo Stefano, a Poggio Picenze, vicino all’Aquila, non c'è. O meglio, il posto ci sarebbe se solo i medici del distretto sanitario di Francavilla, preposti a valutare questo genere di casi, autorizzassero la degenza nel presidio aquilano. Per la Brandimarte, si tratterebbe del secondo ricovero in ambiente riabilitativo.
Il primo, l'unico «concesso» dalla Asl teatina, risale al 2014, dal 10 al 29 novembre. «Ho tratto giovamento, ho visto su di me non pochi segnali di ripresa positivi», racconta Debora, «nel centro infatti era possibile, durante il giorno e per più giorni consecutivi, sottoporsi a diversi trattamenti, l'idrokinesiterapia 3/4 volte la settimana, 3 volte la posturale, più controlli neurologici, fisiatrici e iniezioni al bisogno. Ho provato in seguito a sottopormi alla riabilitazione ambulatoriale, ma ho avuto una ricaduta perché in effetti quelle cure intensive erano state troppo brevi. Sono di nuovo bloccata, senza possibilità concreta di riabilitazione, intossicata dai farmaci per cercare di lenire il dolore e con la possibilità di alzarmi e di stare in piedi per 20 minuti, non di più. L'ultima richiesta di ricovero l'ho presentata alla Asl il 30 marzo: respinta, nonostante fosse supportata da una richiesta specifica di un neurologo della stessa Asl. Ormai, per la sanità, rappresento solo un costo».
Si è pure rivolta alla sanità privata. «Sì, ho cercato anche una clinica privata, ma il prezzo è esorbitante, non me lo posso permettere, quindi continuo a vivere come se fossi agli arresti domiciliari. Questa è la mia condizione. Confido almeno nella magistratura, voglio tornare alla mia vita e non essere condannata a 37 anni dalla Asl a vivere dentro un letto».
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