Malmenato per i debiti di droga

Nell’ordinanza del giudice, anche l’aggressione a San Valentino
POPOLI. Era una attività «continuativa-professionale» quella portata avanti da alcuni dei dieci indagati finiti nell’inchiesta sullo spaccio di droga in Val Pescara. Lo sostiene il giudice per le indagini preliminari Nicola Colantonio nel provvedimento che ha portato all’arresto di Luca Stefano Di Gregorio, Amedeo Maffettone e Leon Cako, finiti in carcere, e di William D’Amico, ai domiciliari. Un altro degli indagati, Davide Ronzone, durante la perquisizione da parte dei carabinieri eseguita due giorni fa, è stato invece arrestato in flagranza ed è finito ai domiciliari perché trovato in possesso di 10 grammi di cocaina suddivisa in dosi e di un bilancino di precisione: ieri l’arresto è stato convalidato e Ronzone è tornato in libertà.
Non è stato convalidato, invece, l’arresto in flagranza di un altro indagato, Ivan Speranza (difeso dall’avvocato Antonello D’Aloisio), che aveva in casa una piccola serra con tre piante di marijuana. Speranza è comunque sottoposto all’obbligo di dimora e con lui altri due indagati, L.P., e M.D.F.
Gli episodi di spaccio ricostruiti dai carabinieri della compagnia di Popoli, che hanno indagato a lungo su questo gruppo, sono circa 300 e per delineare il quadro gli uomini del capitano Giovanni Savini hanno utilizzato intercettazioni telefoniche e ambientali oltre ad affidarsi a pedinamenti e servizi di osservazione in borghese e, per finire, telecamere piazzate ad hoc. Chi si occupava delle cessioni di droga si faceva sfuggire di bocca poco o nulla, nei colloqui, tant’è che la droga veniva chiamata perfino “toner” (da qui il nome dell’operazione di due giorni fa), oppure “lo strumento”, se non “affari”, al posto di dosi, o “Maria”, solo per dirne alcune. E il rischio di finire al centro di una indagine era chiarissimo, per alcuni, tanto che gli indagati si dicevano di «non parlare in macchina» perché «non si sa mai», «con questa aria che tira».
Ma al centro delle indagini non ci sono state solo le «plurime cessioni di droga», ricostruite anche attraverso le testimonianze degli assuntori di stupefacenti della zona compresa tra San Valentino in Abruzzo Citeriore e Scafa, i due comuni di residenza di gran parte degli indagati.
C’è stato anche un episodio estorsivo, sul quale si sono concentrati gli investigatori. Maffettone, che avrebbe accumulato un debito di 2000 euro nei confronti di Di Gregorio, come corrispettivo per droga non pagata, è stato avvicinato da un’auto, a San Valentino, ed è stato preso a schiaffi e pugni.
Il motivo di tanta violenza era racchiuso nelle parole pronunciate nei suoi confronti durante quella spedizione punitiva: «Questi me li devi ridare», si è sentito dire. Per il giudice, i responsabili sarebbero Di Gregorio, Cako (difeso dall’avvocato Italo Colaneri) e D’Amico (che poi avrebbe riscosso 500 euro), accusati di aver agito «con violenza» per recuperare «un preteso credito ingiusto». Colantonio li ritiene «assolutamente incapaci di autocontrollo, privi di freni inibitori».
Di Gregorio, sostiene il gip, «dirige la gestione della quasi totalità dei traffici illeciti di stupefacente in Val Pescara» e «riesce a garantire la sua posizione di preminenza avvalendosi della propensione alla violenza di Cako».
Considerato «il pericolo di ulteriori azioni illecite» e per «frenare le pulsioni delinquenziali degli indagati», il giudice ha deciso di far scattare gli arresti mentre gli obblighi di dimora servono «ad impedire di girare sul territorio nazionale e incontrare spacciatori e tossicodipendenti».
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