Mamma fugge dall’orrore Ha riabbracciato la figlia

Dalle bombe di Kharkhiv all’arrivo a Pescara dove ad attenderla c’è la sua Masha Svetlana ora può sorridere con la sorella e la nipotina: sono finalmente in salvo
PESCARA. Dalla finestra del suo appartamento ha documentato l’inferno di Kharkhiv, con video che hanno fatto il giro del mondo: è stata tra le prime a testimoniare a tutti che la guerra in Ucraina colpiva anche case ed edifici civili e non solo obiettivi militari, anche raccontandolo al Centro. Ma da qualche ora Svetlana, insieme a sua sorella Yana e alla nipotina di sei anni, è finalmente in salvo a Pescara, dopo giorni sotto le bombe e una fuga piena di pericoli e difficoltà durata quattro giorni.
Mercoledì ha raggiunto e riabbracciato sua figlia, Masha Yerokhova, personal trainer e comunicatrice attraverso i social da tanti anni in Abruzzo e molto conosciuta. È in salvo anche l’altro figlio, ora in Polonia. Mentre in Ucraina è rimasto il resto della sua famiglia: gli uomini, che non possono lasciare il paese, e gli anziani, che hanno difficoltà ad affrontare l’impresa della fuga.
«Siamo in salvo, dovremmo essere felici, ma ci sentiamo in colpa per quelli che abbiamo lasciato nella guerra», dicono Svetlana e Yana, aiutate nella traduzione da Masha, «non vogliamo tornare in Ucraina. La nostra città non esiste più. Non esistono più le cose banali, come la fermata dell’autobus sotto casa, tanto meno quelle importanti».
LA GUERRA E LA FUGA
Hanno guardato gli orrori della guerra da un palazzo nella periferia nord di Kharkhiv, una delle prime zone ad essere attaccate pesantemente perché vicina al confine con la Russia. Svetlana ha documentato, per esempio, l’esplosione “a grandine” Grad vicino a una caserma di vigili del fuoco, tra gli alti condomini, le scuole e gli ospedali. Hanno ascoltato il martellante suono delle bombe sopra di loro anche quando erano rifugiate nel seminterrato.
«La situazione era insostenibile. La decisione di fuggire è stata improvvisa», racconta Svetlana insieme alla sorella, «abbiamo raccolto le prime cose che avevamo a portata di mano e riempito due piccole valigie. In quel momento non hai la testa per scegliere cosa prendere e cosa no. Ci siamo messe in macchina e ci siamo dirette alla stazione: abbiamo corso grandi pericoli per la strada, in una città sotto attacco e tra le macerie». In stazione hanno preso uno dei treni per l’evacuazione dei civili messi a disposizione dalle autorità ucraine e diretti a Leopoli. «In ogni cuccia c’erano sei persone anziché una, sedute una di fianco all’altra su un letto. Il viaggio è durato 26 ore», raccontano, «a Leopoli abbiamo preso una navetta, che ci ha portate più vicino al confine con la Polonia. Lì abbiamo dovuto camminare 12 ore di notte per raggiungere la dogana. Eravamo in una marea umana che si spostava un passetto alla volta. Eravamo in migliaia. Non ti potevi fermare».
Quindi sottolineano «la grande umanità dei volontari e della gente comune, sia nell’ovest dell’Ucraina che in Polonia: ci hanno dato cibo caldi, vestiti e giochi per la bambina. Chi viene dall’inferno, viene rinfrancato anche da un piccolo gesto di umanità. Una volta a Varsavia siamo stati ospitati per una notte da una famiglia originaria della Bielorussia. Questo a riprova che ucraini, russi e bielorussi sono fratelli e questa guerra non ha alcun senso».
LA SALVEZZA IN ABRUZZO
Dopo quattro giorni di viaggio sono arrivate a Roma e poi da lì in auto a Pescara. Hanno riabbracciato Masha, che l’indomani le ha accompagnate a farsi identificare nel palazzo Fuksas, dove è stato eseguito loro il tampone anti-Covid. Poi sono state accolte da un hotel pescarese, che sta per allestire anche una stanza da giochi per i bimbi. Non è semplice capire a chi ti devi rivolgere in una situazione così caotica, ma ringraziano per l’ospitalità. «Ora dobbiamo cercare una scuola per mia figlia il prima possibile», dice Yana, «ha bisogno di normalità, di imparare la lingua e di conoscere altri bimbi. Ha bisogno di cominciare una nuova vita». (l.t.)

