Marco e Simona, sei figli e il sogno dell’adozione

PESCARA. Sei figli naturali, tra i 22 e i 9 anni, ma il desiderio genitoriale di Marco e Simona Berardi, sembra non avere confini. Sposati da 25 anni, 53 anni lui, socio di un'azienda di assistenza...
PESCARA. Sei figli naturali, tra i 22 e i 9 anni, ma il desiderio genitoriale di Marco e Simona Berardi, sembra non avere confini. Sposati da 25 anni, 53 anni lui, socio di un'azienda di assistenza software, cinquantenne lei, dedicata a tempo pieno alla famiglia, fin da fidanzati hanno sempre visto l'adozione come un sogno. «Appena sposati», ricorda la coppia «abbiamo vissuto un'esperienza in una chiesa missionaria comboniana in Africa e poi a Milano, all'interno di una struttura di assistenza per famiglie bisognose. Abbiamo scoperto la meravigliosa realtà di “Mondo di Comunità e Famiglia di Bruno ed Enrica Volpi”, un’associazione dove famiglie diverse condividono esperienze e luoghi. Il desiderio sarebbe stato quello di replicare quel modello anche qui a Pescara. I benefici che un nucleo familiare può riversare sulla crescita di un minore sono grandissimi».
Il progetto fatica a realizzarsi e di fronte alla perdita del settimo figlio, circa sei anni fa, Marco e Simona scelgono di rivolgersi al Comune per dare la propria disponibilità all’affido. Nella loro vita entra un bimbo nato in Italia, di origini senegalesi, oggi undicenne. «Inizialmente era un affido part-time. Lo prendevamo dall’asilo e lo tenevamo a casa con noi nel pomeriggio. Una volta in età scolare, è venuta fuori una serie di piccoli problemi di psico motricità che hanno indotto a tramutare l’affido diurno in h24. Il legame con la famiglia di origine si è sempre conservato. Ultimamente nel weekend, il bimbo sta insieme al suo genitore naturale e questo lo tranquillizza moltissimo», dicono. «Alla festa del papà prepara due regali». Marco e Simona non si fermano e da circa un anno hanno aperto la loro famiglia a un bimbo di quattro anni, di origini ghanesi. «Si tratta di un affiancamento familiare, una forma di aiuto che diamo all’occorrenza. Accompagniamo la mamma ai colloqui a scuola, ad esempio, supportandola nella lingua. Ci occupiamo del bimbo quando serve. Ci siamo accorti che avere una famiglia è la vera grande ricchezza. Allora perché non aprire le porte di casa nostra e dedicare le energie ad accogliere? È un’esperienza che stravolge la prospettiva, nel modo in cui da genitori guardiamo i nostri figli, ma incide anche sulla scala delle priorità dei ragazzi stessi. Non siamo degli eroi. Siamo solo genitori, con pregi e difetti». (m.pa.)

