Maria: rinata dopo 40 anni di inferno con mio marito
PESCARA. Un incubo durato quarant'anni, fatto di intimidazioni, minacce, violenze fisiche, psicologiche, rinunce continue. La sua storia, Maria (come ha scelto di firmarsi) l’ha messa nero su bianco,...
PESCARA. Un incubo durato quarant'anni, fatto di intimidazioni, minacce, violenze fisiche, psicologiche, rinunce continue.
La sua storia, Maria (come ha scelto di firmarsi) l’ha messa nero su bianco, in una lettera aperta «alle donne che vivono un'esperienza di morte dell’anima, di fallimento», scrive. «Donne immerse in un dolore più grande di quello sopportabile umanamente, schiacciate dalla paura. Donne resesi olocausti viventi per un uomo».
Maria è una sessantenne, che si è sempre considerata una «figlia felice, una madre felice». Ma l'uomo che le è stato a fianco per 30 anni di matrimonio e 8 di fidanzamento, è stato l'artefice «dell'inferno che ha inghiottito la mia vita».
La sua storia di violenza culmina nel marzo 2016, come uno «tsunami improvviso».
E così lo racconta: «Avevo subito una collera e una violenza inumane da parte dell’unico uomo che avevo amato dai banchi delle superiori».
Una sera di tre anni e mezzo fa Maria finisce in ospedale. Le consigliano di rivolgersi al centro antiviolenza gestito da Ananke. Un passo che non riesce a fare subito, perché in preda ai pregiudizi, ma soprattutto alla paura di non essere creduta e che il marito lo scoprisse. «La violenza subita dal mio uomo, dal padre dei miei figli, mi aveva assassinato. Vivevo da anni come un artificiere vicino a un ordigno che al minimo passo falso può esplodere». Passi falsi che cerca accuratamente di evitare, sopportando manipolazioni, intimidazioni, minacce, violenze fisiche «per non farlo innervosire, far trascorrere una vita serena ai bambini e preservare la quiete familiare. Non volevo vedere, non accettavo il fallimento, però stavo morendo dentro, silenziosamente, senza fare rumore per non disturbare. Mi sono lasciata annientare piano piano. Ho vissuto nel terrore per anni, che ho trasmesso ai miei figli, senza rendermene conto. Mascheravo i cattivi umori del padre e le mie lacrime, per farli stare sereni, ma i bimbi sono sensibili». Così Maria resta imprigionata dal suo aguzzino.
«Credevo nell’unione familiare, ero convinta che ce l'avrei fatta e che lui si sarebbe accorto prima o poi della bella famiglia che aveva». Le catene per Maria diventano sempre più strette di fronte alla minaccia, da parte del marito, di toglierle i figli.
Oggi Maria è consapevole di aver avuto accanto «un manipolatore, che ti inganna con le lusinghe, che ti induce a cambiare opinione, progetti, decisioni, relazioni sociali». Lo dice nella sua lettera, dalla quale lancia un appello alle donne. «L'amore è un’altra cosa: abbiamo diritto ad essere amate, ad amare, alla gioia, a vivere e il dovere di discernere la verità». (m.pa.)
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