Marianna Aprile: «Meloni, Schlein e il loro “caratteraccio”. Sul consenso mi sono illusa»

La giornalista televisiva a Pescara per presentare il suo ultimo libro “La promessa”.
«La loro stretta di mano sulla legge poteva essere il simbolo di un cambiamento»
PESCARA
«Per quattro anni ho chiamato Meloni “la” premier anche se lei vuole essere “il” premier. Ho sbagliato: ora ho capito che quel maschile è un programma politico. L’unico che hanno attuato in questa lunga legislatura». Il caldo torrido di questo weekend mette a dura prova il corpo e la mente, ma non basta a impedire a Marianna Aprile, riparata da un ombrellino «stile damina del Settecento», di tirare le sue stoccate. Dalla “Spiaggia libera tutti” dell’Arci di Pescara, la giornalista racconta il suo ultimo libro, “La promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta”. Un viaggio nel tempo che ripercorre le lotte di rivendicazione femminile fino ai giorni nostri, diventando così un confronto tra le generazioni di donne che hanno combattuto per i propri diritti e quelle del presente. I conti col passato partono da una “ammissione di colpa”. «Il femminismo ha smesso di essere una leva politica del consenso. E anche noi abbiamo smesso di impegnarci: prima eravamo quelle che votavano di più, oggi siamo quelle che votano meno», è l’analisi di Aprile. Eppure, c’è una donna ai vertici del governo. È la prima, ed è di destra. C’è una ragione precisa per questo, assicura la giornalista, ma «ci arriviamo alla fine».
Per un libro che è un viaggio nella storia, le relatrici dell’iniziativa non possono che seguire lo stesso filone intergenerazionale. Accanto all’autrice ci sono l’ex parlamentare Stefania Pezzopane, Leila Kechoud del coordinamento nazionale Donne Dem, Benedetta Di Marzio, la portavoce provinciale di Pescara, e Maria Citarella, segretaria provinciale di Pescara dei Giovani democratici. Di fronte a loro, i posti in platea sono tutti occupati. Ventagli, acqua fresca e ombra per provare a resistere al sole delle 11. La voglia di confrontarsi batte la morsa del caldo: vista da qui, la rivoluzione «mancata» delle donne può ancora diventare piena. Certo, bisogna lavorare. C’è un settore in cui la parità è stata raggiunta? «Nella gerontocrazia che domina in Italia», risponde Aprile. Nel punto in cui «finisce il patriarcato», inizia il potere dei più vecchi sui più giovani. «A quel livello non c’è differenza di genere», aggiunge. «Solo un Paese di vecchi può pensare che i canali con cui i giovani fanno politica oggi siano residuali o inefficaci». È una prevaricazione su base anagrafica. «Quasi sempre le donne delle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno dovuto affrontare le fatiche di Atlante per riuscire ad avere una voce pubblica, un lavoro o un riconoscimento, si fermano un attimo prima di un vero e proprio passaggio di consegne». È un altro esempio di «sorellanza» mancata, in cui «l’età ha la meglio sul genere».
C’è qualcosa che accomuna le donne che «ce l’hanno fatta» nel passato e quelle che ce l’hanno fatta oggi in politica, da Elly Schlein a Giorgia Meloni: «Tutti dicono che hanno un caratteraccio» punge con ironia la Aprile. «È una fama che accompagna tutte le donne non mansuete. Non hai un’opinione che difendi, ma un brutto carattere. D’altra parte, se si può ridurre tutto agli ormoni lo si fa sempre volentieri». È un’etichetta bipartisan, che non guarda ai colori politici. «Togliatti chiamava Teresa Mattei, la più giovane della costituente – aveva 25 anni – “maledetta anarchica” proprio perché, quando ancora era dentro al partito, era molto poco accondiscendente su tutto quello che non la convinceva». La Mattei, come le altre donne della Costituente, era «un’eroina, un personaggio fuori dall’ordinario. Anche rispetto al presente». E «menomale che avevano tutte questo caratteraccio!», esclama la giornalista. C’era però un metodo dietro questa tenacia, una disponibilità al dialogo «che non si è mai più vista». Ecco il paradosso: «Erano capaci di ascoltare, pronte all’incontro per trovare un punto in cui tutti si riconoscessero, almeno un po’. Quando ho visto Schlein e Meloni stringersi la mano per la legge sul consenso (mai approvata, ndr), anche io mi sono illusa». Due donne, 80 anni dopo l’arrivo del suffragio femminile, che si accordano per una battaglia comune. «Un’immagine rimasta solo sul piano simbolico».
Meloni, prima premier donna, Renata Polverini, prima guida femminile di un sindacato, Flavia Perina, prima direttrice di un quotidiano nazionale. Cosa hanno in comune? «Vengono da un mondo in cui la disciplina di partito conta di più e che rende la loro ascesa più digeribile. Ci riescono perché non sono femministe, sono conservatrici. Loro conservano, non fanno la rivoluzione». Ma essere di destra non basta per sfuggire alle istanze del femminismo. «Dal ’76 all’82 è uscita “Eowin”, una rivista in cui scrivevano due giovanissime missine, tra cui Perina e Anna Lisa Terranova, in dissidio con Almirante. Era un laboratorio di idee, donne di destra che si confrontavano con le stesse domande che si facevano a sinistra. Cambiavano le risposte: loro credevano nella complementarità delle battaglie tra uomini e donne. Una lotta rappresentata col simbolo dello Yin e dello Yang». Ci fu anche un tentativo di confronto, fallito, tra i due schieramenti. «Le femministe di sinistra decisero di non incontrarle». Sempre il caratteraccio? No. «Erano altri tempi».

