Marineria allo stremo, oggi tutti a Roma

L’armatore Di Giovanni: «Siamo all’ultimo stadio, senza più entrate. Il governo deve ridurre il prezzo del carburante»
PESCARA. «Il nervosismo è palpabile, si tocca con mano. Non andare in mare, non lavorare, è l’unica possibilità che abbiamo, perché il gasolio costa troppo e le spese sono più alte delle entrate. Ma siamo in difficoltà perché in questo momento le entrare proprio non ci sono». Lucio Di Giovanni (in foto), armatore pescarese, racconta lo stato d’animo di chi non va in mare dal 22 maggio, quando lo stop alla pesca delle marinerie contro il caro gasolio ha preso il via per poi estendersi «in tutta la penisola e in gran parte delle isole», facendo in modo di essere compatti, anche con momenti di tensione in vari porti. Di Giovanni è uno dei pescaresi che stamani sarà a Roma per una manifestazione di protesta nazionale e che vedrà confluire nella capitale «tutte le marinerie riunite». Non è la prima: già a marzo, dopo un primo blocco della pesca, era stato lanciato un appello al governo a sostenere la categoria ma le promesse di allora si stanno concretizzando in questi giorni, per l’erogazione dei fondi per lo sviluppo e il sostegno delle filiere della pesca e dell’acquacoltura. «I 20 milioni che ci erano stati annunciati in realtà sono 15 perché 5 sono stati destinati al settore dell’acquacoltura. Dividendo la somma tra tutti, andranno 300-400 euro alle imbarcazioni più piccole e qualche migliaio di euro alle più grandi, ma sono cifre irrisorie», commenta sempre Di Giovanni.
Oggi, come è già avvenuto in altre occasioni e in altri palazzi, come quelli della prefettura di Pescara e della Regione Abruzzo, la marineria rilancerà una serie di richieste. «Il prezzo del gasolio è arrivato a un euro e venti centesimi», una cifra improponibile per chi deve sostenere anche altre spese, per mantenere le imprese. Un prezzo talmente alto che, per assurdo, è preferibile non andare in mare, mettendo in crisi tutta la filiera, dai grossisti fino ai commercianti al dettaglio passando per i ristoratori, rimasti senza pesce fresco locale. «Chiediamo di abbattere il prezzo del gasolio, pur sapendo che abbiamo già delle agevolazioni: lo Stato ce ne deve riconoscere altre. E il credito di imposta (introdotto per il primo trimestre) va prorogato e incrementato. Per aiutarci si devono confrontare il ministero delle Politiche agricole, quello dell’Economia e quello del Lavoro. Ma fino ad oggi abbiamo assistito a una sorta di scaricabarile».
In queste ore, poi, è emerso il problema delle spese del personale. «Dobbiamo pagare il minimo garantito e la situazione non è semplice». Questo uno dei motivi del nervosismo che serpeggia nella categoria, con le spalle al muro e costretta a fermarsi, anche se qualcuno sarebbe pronto ad uscire in mare, pur di guadagnare qualcosa. «Ma ormai siamo all’ultimo stadio: fermarsi è la nostra sola speranza».

