Masci: «Ripianteremo gli alberi»

Ma l’Ordine degli agronomi attacca: «Distrutto tutto il patrimonio arboreo»
PESCARA. «Lavoreremo alla riconquista della macchia mediterranea andata a fuoco, attraverso il rimboschimento. Ma prima dobbiamo fare la verifica dei danni strutturali e delle colture, capire l'estensione degli ettari di bosco danneggiati e sapere a chi appartengono i siti, tra privati, Comune e demanio». Il sindaco Carlo Masci ha seguito minuto per minuto l'evolversi dei roghi che si sono scatenati nella zona di Colle Renazzo, domenica scorsa. E ieri ha annunciato un incontro con il comandante dei vigili del fuoco, Daniele Centi, per fare il punto della situazione.
L'obiettivo è «arrivare a ricostruire il patrimonio arboreo che appartiene alla città». Nell'attesa, l'auspicio è che «la natura si rigeneri». Intanto sulla devastazione del colle, interviene l'ordine degli agronomi e forestali della provincia di Pescara. «A San Silvestro un intero patrimonio arboreo di pini d'aleppo principalmente, ma anche roverelle, lecci e ginestre, è andato distrutto», attacca Matteo Colarossi, presidente dell'organismo provinciale, che pone l'accento sulla «mala gestione delle aree verdi. Gli incendi si potrebbero contenere se venissero realizzate le fasce tagliafuoco e i diradamenti all'interno delle zone boschive». All'indomani del rogo che ha devastato la collina di uno dei quartieri più panoramici della città, Colarossi analizza la situazione: «Questi posti aggrediti dal fuoco sono sicuramente stati privati della normale manutenzione che prevede il diradamento delle piante e la creazione di fasce tagliafuoco, ovvero l'eliminazione di tratti di arbusti, che permetterebbero ai soccorritori un facile accesso nelle aree verdi. Un bosco "pulito" in tal senso prende fuoco sì, ma con conseguenze meno devastanti e i roghi sono più controllabili».
Roghi alimentati in questo caso dal vento di libeccio e dal caldo afoso? «Sicuramente le temperature incidono», spiega il dottore forestale, «ma è la manutenzione che si è rivelata scarsa da parte di chi gestisce i boschi, demanio, Comune o privati. Oltre al fatto che non ci sono più i fondi comunitari di un tempo per favorire i rimboschimenti e la Regione ha intenzione di eliminare o dirottare altrove i finanziamenti destinati ai piani di assestamento per la prevenzione e la gestione delle aree boschive». Invece, secondo Colarossi, gli organismi istituzionali dovrebbero puntare tutto sulla prevenzione: «Va fatta la selvicoltura che previene il rischio incendio e sono gli stessi proprietari delle aree verdi a doverci pensare. I diradamenti, le fasce tagliafuoco riducono la forza propulsiva dell'infiammabilità, depotenziano il rischio pirologico».
Dolo o casualità: chi ha interesse a veder bruciare intere aree naturalistiche, in generale? «I piromani sono malati», risponde l'esperto, «si eccitano alla vista delle fiamme. E sanno ben scegliere anche le temperature giuste, calde e ventose che alimentano più velocemente i roghi. Dagli anni '80 scarseggiano o sono spariti i fondi per i rimboschimenti», per cui chi aveva questo vizietto ora è a secco, «interessi di tipo edilizio non sono ravvisabili in questo caso, però non mancano mai gli incoscienti che buttano le cicche dove capita scatenando fiamme violente oppure c'è sempre il contadino che accende i fuochi per bruciare le stoppie o i residui di potatura. Si ricorda che questa operazione è vietata dal 15 giugno al 15 settembre. Spesso causa degli incendi sono le bravate, come accaduto all'inizio dell'estate alla pineta D'Avalos».
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