«Matteo vittima di gang che dettano legge in città»

Un giornalista abruzzese a Caracas racconta il clima in cui è maturato il delitto «Le autorità hanno interesse a parlare di omicidi passionali pur di non indagare»
POPOLI. «Il barrio dove è stato assassinato Matteo Di Franscescoantonio è come un girone infernale». Con queste parole Gianfranco Di Giacomoantonio giornalista abruzzese a Caracas, descrive la zona dove, con tre colpi d'arma da fuoco, è stato ucciso il 21enne di Popoli. «Si tratta di un mondo a parte scollegato anche dalla comunità locale, dove la violenza è legge. Solo a Maracay ci sono dai 30 ai 40 morti ammazzati a settimana: per questo, la polizia spesso archivia come omicidi passionali. Un modo per nascondere le difficoltà collegate alla ricerca degli assassini e alla mancanza d'interesse per la vita delle persone. Per questo molti omicidi rimangono senza colpevoli. La zona infatti è totalmente in mano a gang di malintenzionati. Basta pensare che la scorsa settimana la polizia ha ucciso un capo di una banda e per il funerale gli appartenenti all'organizzazione criminale hanno fatto chiudere i negozi di mezza città». Una condizione simile a quella di una guerra civile dove in poco più di 10 giorni hanno trovato la morte due giovanissimi originari d’Abruzzo come Dino Rubens Tomassilli e Matteo. «A combattere per le strade ci sono i gruppi criminali», continua Di Giacomoantonio, «la loro manovalanza che spesso è formata da sicari senza scrupoli e fondamentalmente padroni del territorio, la polizia e le forze governative. Nel mezzo esistono centinaia di criminali, drogati e pericolosi, che uccidono anche per tre euro o per impossessarsi di un semplice cellulare. Per questo la maggior parte dei morti non supera i 30 anni di età». Violenza generata anche dalla profonda crisi economica che sta attraversando il Paese sudamericano. «Non credo che ci sia futuro per i giovani in questa terra. Faccio fatica a capire come i nostri connazionali abbiano deciso di lasciare l'Italia per tornare in Venezuela da dove spesso i giovani vanno via. La nostra comunità qui è molto numerosa, anche se mancano stime ufficiali. Alla notizia degli omicidi hanno reagito così come un chirurgo che si trova di fronte ogni giorno un nuovo paziente che non può essere operato. Purtroppo anche a Caracas ci sono dai 150 ai 200 omicidi sempre a settimana, per questo la gente, compresi i nostri connazionali e corregionali, vive come assuefatta a una vera e propria guerra non dichiarata e di cui non si vedono soluzioni nel breve periodo».
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