Medaglie d’onore agli eroi della guerra vittime del nazismo

Cerimonia in prefettura con i familiari di Amoretti e Palmieri E il carabiniere Abramo Rossi ricorda come riuscì a sopravvivere
PESCARA. «La mattina del 7 ottobre del 1943, migliaia di carabinieri di Roma, compreso il sottoscritto, vennero fatti prigionieri dalle truppe tedesche. Dopo due giorni di viaggio arrivai nel lager 18° A di Trofaiach, in Austria, dove venni subito avviato al lavoro coatto in una fonderia situata a 25 chilometri di distanza, che raggiungevo in parte a piedi e in parte in treno».
Comincia così il commosso ricordo di Abramo Rossi, pescarese classe 1924 e superstite della follia tedesca durante la Seconda guerra mondiale. A lui, celebrato con la medaglia d'onore nel 2010, è spettato l'onere e l'onore di omaggiare la memoria di altri due militari, Antonio Amoretti, nato a San Valentino in Abruzzo Citeriore nel 1922 e Donato Palmieri, nato a Città Sant'Angelo nel 1920, insigniti ieri mattina del medesimo riconoscimento, attraverso una medaglia consegnata ai loro parenti dal prefetto di Pescara Gerardina Basilicata, insieme al sindaco Marco Alessandrini e alle massime autorità cittadine e no.
«Lavoravamo su turni di 12 ore», prosegue Rossi, «alle 13 c'era un pasto molto carente, così come quello della sera, dove ci venivano concessi 300 grammi di pane che dovevamo farci bastare per le 24 ore successive», dice con la voce rotta dall'emozione. «Nella primavera del 1944 fui interrogato insieme ad altri compagni di prigionia dalle autorità tedesche, che volevano sapere se eravamo disposti a lasciare quel triste lavoro per tornare alla nostra vita, ma con l'obbligo di arruolarci nella Repubblica di Salò».
Ed è qui che vengono fuori orgoglio e ideali, premiati con il riconoscimento solenne. «Tutti, dico tutti, rispondemmo con un secco no».
Senza temere le ritorsioni che non tardarono ad arrivare: «Qui il diabolico Hitler, al fine di aggirare la convenzione di Ginevra, che vietava il lavoro coatto, istituì uno speciale passaporto per i militari italiani internati che ci condannava a un'esistenza fatti di ulteriori stenti e rinunce».
«A pochi giorni dalla fine della guerra, rimasi vittima di un incidente sul lavoro e mi ingessarono una gamba. Con l'arto rotto dovetti affrontare il viaggio di ritorno verso casa che durò oltre un mese».
Nel corso della mattinata la signora Maria Concetta Palmieri, figlia di Donato, ha proposto alcuni appunti del padre, ritrovati dopo anni, nei quali l’uomo racconta l'orrore dei campi di concentramento una volta tornato a casa: «E' importante tramandare la memoria di persone che sono state testimoni di una delle più brutte pagine della storia dell'umanità», dice davanti a una sala gremita. «Voglio ringraziare chi ha reso possibile tutto questo perché credo che non dimenticare sia fondamentale affinché la storia non si ripeta».
Dello stesso tenore le parole pronunciate da Sandra Amoretti, nipote di Antonio, naufragato insieme ad altri 4mila soldati italiani durante la Seconda guerra mondiale a bordo del piroscafo Oria il 12 febbraio del 1944: «Anche lui dopo l'armistizio del '33 rifiutò di collaborare con i tedeschi e di allearsi con la Repubblica di Salò: per questo fu perseguitato. Lo imbarcarono a Rodi, dove faceva il soldato di fanteria e da quel momento non si sono avute più sue notizie». Poi conclude: «Il sacrificio di questi eroi silenziosi, talvolta dimenticati, dev'essere un monito per le future generazioni».
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