Medici di base, la forza di chi è in prima linea

16 Marzo 2020

Casale (Ordine di Chieti): noi filtro del territorio, ma dateci protezioni

CHIETI. Parla di una guerra combattuta contro un nemico invisibile e le paure. La sua guerra. E quella di un altro migliaio di medici di base che in Abruzzo è in prima linea, al pari di tanti altri operatori della sanità. Ezio Casale è il presidente dell’Ordine dei medici di Chieti dal 2006.
Dottore, quali sono i rischi a cui siete sottoposti? Siete sufficientemente protetti?
«I medici curanti, così come la stragrande maggioranza dei medici, sono operatori sottoposti a un rischio elevatissimo, sprovvisti di dispositivi di protezione individuali e monouso. Nessuno ce li ha forniti. Esiste in epidemiologia un tasso medio di riproduzione del virus da parte di un malato: una persona comune ne può infettare due-tre; nel caso di un medico di famiglia questo tasso aumenta, anche a 10-20 persone. La mancanza di dispositivi è pericolosa soprattutto per cittadini».
I vostri studi sono aperti?
«La risposta è un po’ complessa, ma sì, restano aperti. Solo per le visite per appuntamento, distanziandole e limitandole a prestazioni necessarie e a patologie non respiratorie. Per i pazienti affetti da patologie respiratorie, invece, si esegue un triage telefonico. A tal proposito, abbiamo aumentato le ore di reperibilità telefonica, fino a 12 al giorno. Se il caso di Covid-19 è sospetto, di un soggetto che ha avuto contatti diretti con un paziente positivo, viene segnalato al Servizio di igiene e profilassi. Se la sintomatologia s’aggrava si procede al ricovero attraverso il 118. Un paziente sospetto viene comunque isolato e monitorato telefonicamente. Poi possiamo avere dei pazienti epidemiologicamente positivi ma asintomatici. Anche questi vengono tenuti in isolamento a domicilio, segnalati e monitorati. È un lavoraccio».
La cosiddetta ricetta elettronica vi sta aiutando?
«Certo. C’è stata data questa possibilità, insieme a quella di poter prescrivere più farmaci, fino a sei pezzi, per una stessa ricetta e per una durata di 180 giorni. Una facilitazione per evitare l’affollamento e sta funzionando benissimo. Per chi non è dotato di tecnologie, pensiamo agli anziani, possiamo rivolgerci alle farmacie che fanno servizio a domicilio. Ma stiamo introducendo anche un’altra cosa importante».
Ci spieghi.
«Avremmo la possibilità, previo consenso degli assistiti, di fare video consulti, per esempio attraverso videochiamate su whatsapp. Strumenti importanti, perché soprattutto col coronavirus alcuni sintomi sono rilevabili a distanza, tipo la frequenza respiratoria e la comparsa di affanno. Potremmo così andare incontro alla telesanità o alla telemedicina del futuro. Altra cosa che potremmo fare è costituire delle unità mobili, ovvero medici che a turno potrebbero visitare a domicilio, dotati di dispositivi di sicurezza, per gestire situazioni particolari. Le procedure organizzative ci sarebbero, i medici sono disposti a collaborare e abbiamo rivolto un invito alla Regione. Con appositi dispositivi, il medico di famiglia potrebbe contribuire a ridurre ulteriormente la diffusione dell’epidemia, rappresentando un importantissimo filtro per il territorio».
Covid-19 ma non solo. Qual è il consiglio che si sente di dare a un paziente che ha altri malesseri?
«Sconsigliamo il più possibile l’accesso negli studi. Ci sono il consulto telefonico o la visita a domicilio se trattasi di patologia importante. Cerchiamo di ridurre al minimo i rischi di contagio per il medico. Ma se un paziente sta male, è solo, non ha avuto contatti con pazienti sospetti, ci si attrezza e la visita si fa».
Una domenica di divieti ma di passeggiate. Un punto su sui la normativa è lacunosa. Che cosa ne pensa?
«In tempi di guerra bisognerebbe comportarsi in modo tale. Non bisognerebbe uscire, tranne che per motivi noti, ovvero lo stato di necessità. La gente deve capire che è l’unico modo per vincere una sfida. Far circolare il virus, che si trasmette da uomo a uomo, è pericoloso. Anche passeggiando con altri».
Sarebbe utile un ritorno in servizio dei medici pensionati?
«Guardi, quando c’è necessità non si fa differenza tra un medico pensionato e un medico in servizio. Se è necessario, bisogna richiamarli».
Le misure sono sufficienti?
«Abbastanza sufficienti, forse fatte con un po’ di ritardo».
Per l’Abruzzo che cosa si può prevedere?
«Non abbiamo subìto quello che sta subendo il Nord. Ecco, mi faccia aggiungere una cosa, ci tengo: il mio pensiero va a quei colleghi che lavorano in condizione di difficoltà, ho perso un carissimo amico, Roberto Stella, il presidente dell’Ordine dei medici di Varese, col quale ho condiviso un’esperienza di 15 anni. L’Abruzzo? Sta reagendo bene. Auguriamoci di riuscire a contenere la diffusione. Senza i rientri dal Nord la situazione sarebbe stata più facilmente controllabile, questo è stato l’errore più grave commesso finora. Anche oggi leggiamo con grande preoccupazione di persone che stanno tornando, con dimostrazione di scarso senso civico di alcuni. Quelle mamme che fanno tornare i loro figli dal Nord commettono un gravissimo errore, prese da un amore egoistico».
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