Melilla, le pillole di fosforo e le sprangate a tradimento

25 Giugno 2017

Il deputato pescarese ricorda la sua Maturità e gli anni “caldi” al Da Vinci Quando fu vittima di una violenta aggressione all’entrata di via dei Marsi

PESCARA. «La notte prima degli esami ero tranquillo. Era mia madre quella preoccupata. Nell’ultimo mese insisteva col darmi delle pillolette di fosforo che io avevo fatto finta di prendere. E pure la sera prima dell’esame mi portò in camera quelle pillolette. Ma le dissi una volta per tutte che non le volevo e che non ne avevo presa mezza, perché avevo una memoria di ferro. Presi 54. Era il 1973».
Gianni Melilla, 62 anni, deputato pescarese del Movimento Democratico e progressista, racconta gli anni della scuola, al liceo scientifico Da Vinci di via dei Marsi, con la passione di chi da lì, da quel pezzo di vita, ha attinto parecchio per essere quello che è oggi: «Marxista a livello filosofico, comunista a livello politico e un cattolico del dissenso. Una formazione che devo ai buoni maestri che ho incontrato a scuola».
Allora cominciamo dai buoni maestri. Ha fatto il Da Vinci quando ancora non c’era la sede di via Colle Marino. Quali professori ricorda?
«Innanzitutto padre Francesco Carapellucci. Era un frate del convento della Madonna dei Sette dolori. Non solo ci aiutava a crescere culturalmente, ma educava noi ragazzi all’insegnamento cattolico. Ci portava in vacanza, d’estate, un mese sulle Alpi. Con lui ho fatto la mia prima vacanza. In Piemonte, Val di Susa. Dopo mio padre, è la persona che mi ha influenzato di più. Mi ha instillato una grande coscienza terzomondista, da lì è nata la mia passione per la cooperazione internazionale. Aveva una missione in India molto importante, ha fatto adottare centinaia di bambini a distanza. Io lo faccio da quando avevo 15 anni. Ma oltre a lui sono stato influenzato anche dal professore Erminio Anchini, di storia e filosofia, dirigente della Cgil. Uno in gamba. Come la professoressa Tedeschi, di francese, che ci ha fatto studiare la letteratura in modo diverso, mi ricordo l’esistenzialismo francese, Camus. All’orale della Maturità portai francese e storia infatti. E poi mi sono laureato in filosofia. Professori in gamba che ci hanno formato, che hanno cercato di darci gli strumenti per farci delle opinioni. Non hanno violentato la coscienza, hanno favorito lo spirito critico. Ricordo anche il professor Arnaudo, di educazione fisica. Un tipo burbero, di idee politiche diverse dalle mie e con il quale avevo confronti anche molto forti e sinceri. Mi ha trasmesso i valori dello sport: lealtà, amicizia, confronto e non competizione».
Che anni erano?
«Sono del ’54. Sono entrato allo Scientifico nel 1968 e sono uscito nel 1973. Un battesimo di fuoco. Già a 15 anni entrai nel collettivo studentesco, il nostro collettivo politico unitario. Eravamo centinaia, tutti impegnati. Nel 1969 la strage di piazza Fontana a Milano aprì la stagione dello stragismo. Sono stati anni in cui la violenza politica rischiava di far perdere la bussola a tanti ragazzi. E noi stavamo in questo vortice, anche se Pescara non era Roma o Milano».
Il Da Vinci era di destra o di sinistra?
«Lo Scientifico era una scuola di sinistra. La destra stava al Manthonè, al Classico, dove pure c’era una destra molto aggressiva e una sinistra altrettanto pugnace. Ma erano anni in cui il confronto politico degenerava spesso dalle risse verbali a quelle fisiche».
A lei è successo?
«Non ho mai alzato le mani, ma sono stato aggredito. Finii all’ospedale».
Ci racconti.
«Era il 1971. Facevo il terzo liceo, sezione D. Stavo entrando a scuola, in via dei Marsi, con il vocabolario di latino in una mano e quello di francese nell’altra, avevamo due compiti in classe. Ma mentre stavo entrando sentii una botta violenta alla testa, mi colpirono con una spranga di ferro. Mi girai, provai a difendermi e mi colpirono ancora sulle mani, sulle braccia. C’era una professoressa che stava entrando con la 500 che mi caricò con un mio amico e mi portò di corsa all’ospedale. Ebbi 8 punti in testa, la mano e il braccio fratturati. Rimasi in ospedale 8 giorni, fu la mia unica volta in ospedale. Era stata un’aggressione fascista, per la quale poi ci fu uno sciopero e poi anche uno strascico giudiziario per questa persona che allora era minorenne. Fu condannato, ma ebbe il perdono giudiziario».
Torniamo agli esami di Stato. Ci racconti il suo.
«Allora si faceva tutto a luglio. Scritti e orale. Io portai una tesina su Gramsci che mi aiutò a fare il professor Anchini, mi ricordo il tema di italiano sull’articolo 11 della Costituzione, sulla guerra. Studiai tanto e feci un bell’esame».
Un ricordo in particolare?
Ricordo la bellissima festa che facemmo a esami conclusi nella casa in campagna di una nostra compagna, Simonetta Alici. Passammo la giornata insieme, ci fu un riflettere sui cinque anni passati insieme, d’estate alla Capponcina e a Istria e d’inverno in classe. Quando tornai a casa ebbi la netta sensazione che si era chiuso un periodo, che la mia vita cambiava. Ma di quegli anni non posso non citare il preside Michelino Petrarca, grande intellettuale, molto rigido e severo. Lo chiamavamo Nero Wolf perché andava in giro a controlalre tutto, ci conosceva uno per uno. Quando mi incontrava mi diceva “tu ti salvi perché oltre a fare politica studi, ma se non studi farai una brutta fine”.
Chi era il suo compagno di banco?
«Cambiava ogni anno. Ricordo Enrico Lanciotti, presidente della federazione dei medici, e Vittorio Cerretani, detto Puccio. Una classe di persone perbene».
Qualche soprannome?
«Non ne ricordo. Mi hanno sempre chiamato Gianni anche se il mio vero nome è Generoso, come mio nonno».
E i suoi genitori come si chiamavano?
«Papà, Mario. È stato il custode della palestra del liceo Classico. Mamma, Liliana, casalinga».
Elementari e medie?
«Abitavo in via del Circuito. Elementari a Villa Fabio, dove adesso c’è lo Spaz autogestito, e le medie alla Carducci. Ma non nella scuola di oggi, negli appartamenti di via del Circuito. A quei tempi le scuole erano così, con classi indegne di questo nome. Si faceva lezione negli appartamenti, le palestre erano dei garage. Quanti scioperi, al liceo, per ottenere una scuola che accorpasse lo scientifico di via dei Marsi con le succursali di via Galilei e via dei Peligni».
Che consiglio darebbe ai maturandi di oggi?
Giorgio Amendola, un grande dirigente comunista disse che gli esami di Stato sono una grande prova di vita e per me è andata così. Non l’ho vissuto con angoscia ma con grande serenità, perché avevo studiato. Ecco, ai ragazzi dico che il viaggio è fatto di tanti piccoli passi ed è nel corso dell’anno che bisogna mettersi in cammino, perché quando si arriva alla fine si scoprirà che non si deve neanche accelerare il passo, è tutto fatto. Chi ha il privilegio di studiare lo deve fare con onore e disciplina».
Dopo tanti anni ci può dire chi fu ad aggredirlo?
«No. Dico solo che l’ho perdonato e ho inserito quel gesto violento in un clima sbagliato in cui purtroppo di sciocchezze se ne facevano tante».