il maestro sanremese

Melozzi nelle scuole: «Qui c’è l’Abruzzo più bello»

23 Aprile 2026

Il direttore d’orchestra racconta i giorni di incontri con i più piccoliIl ciclo di appuntamenti sarà interamente seguito da Rete8

PESCARA

«Un viaggio nell’Abruzzo più bello e più fragile e, allo stesso tempo, più curioso di conoscere la musica e i suoi segreti». Ha le idee chiare il maestro sanremese Enrico Melozzi che, con la sua capigliatura ribelle (50 centimetri di ciuffo scolpito, prodigi moderni della lacca) e il suo carattere tipicamente anticonvenzionale, lancia la sua quattro giorni musicale nelle scuole e negli asili della regione. Gli incontri, partiti ieri, proseguiranno fino al 25 aprile tra musica, emozioni e sorrisi sotto la supervisione del direttore d’orchestra coadiuvato dall’artista abruzzese, ed ex miss Abruzzo 2023, Siria Di Giacomo.

Si preannuncia un evento per tutti, quindi?

«Sì. Gireremo tutto l’Abruzzo, dalle scuole agli ospedali: un viaggio da Nord a Sud fino alle aree interne. Andremo nell’Abruzzo più fragile ma anche più bello. Non vedo l’ora. Toccheremo tutti gli asili comunali di Teramo questo pomeriggio (ieri per chi legge, ndr). La cosa che mi affascina di più sono gli asili con bambini che non sanno ancora esprimersi bene. Mi affascina l’incontro con loro, è il più bello. Poi le elementari. Domani saremo a Pescara (oggi per chi legge, ndr)».

I giovanissimi insomma

«Incontreremo in un’aula magna molte scuole insieme e dopo andremo a Chieti, all’associazione Anffas, dove incontreremo ragazzi che vengono alla Notte dei Serpenti. E poi all’ospedale, in terapia intensiva neonatale, a cantare per loro».

Che cosa succede una volta entrati nelle scuole e negli asili?

«Non succede niente, non è che vado lì a fare una lezione. Però vado lì e canto comunque “Vola Vola”, e vediamo come reagiscono. Sicuramente succederà qualcosa, ci sarà un’emozione. E poi, grazie all’azienda “Lisciani Giochi”, porterò un camion intero di regali: ho chiesto qualcosa per le scuole e mi hanno dato i giochi per tutti quanti i bambini. Non so quanti sono: 4 bancali, un camion intero».

La musica è democratica, quindi?

«Democrazia è una parola antica di nobili origini, che oggi viene inflazionata e perde un po’ il suo valore e la sua rilevanza. Ma la musica sì, è per tutti. In primis dei bambini, ai quali è dedicato questo ciclo di incontri, ma abbiamo in programma anche un giro per le case di riposo. Bambini e anziani partecipano mandando un’energia di ritorno che è veramente totale».

La musica oggi però sembra relegata a una posizione di serie B, circoscritta allo studio del flauto dolce nelle scuole.

«Sì, un orrore. Vietatelo!»

Addirittura...

«Quando abbiamo imposto i flauti nelle scuole abbiamo distrutto le voglie di tanti giovani che pensavano che la musica fosse una cosa bellissima e si sono trovati con uno strumento di plastica che fa condensa e perde liquido che confondiamo con la bava. Perché non partire da una cosa più semplice?».

Tipo?

«La voce umana. È gratis, costa meno del flauto e la hanno tutti, potevamo organizzare dei cori. Abbiamo complicato una cosa che era semplice e nasceva dal basso. Dopo anni vediamo i danni di quello che sta accadendo: orchestre deserte e musica a picco. Uno spreco totale di una disciplina di inestimabile valore. Anche la scienza dice che la musica fa bene e fa risparmiare soldi alla sanità e all’inclusione».

Tra questi incontri nascerà un nuovo maestro Melozzi?

«Lo spero. Se ce l’ho fatta io, è la prova che possono farcela tutti (ride, ndr). Comunque a parte gli scherzi noi non siamo qui per fare scouting. Questo è un gesto spontaneo che ho finanziato totalmente io: non ci sono altre economie di interesse».

E sul futuro, bolle già qualcosa in pentola?

«Oggi un tour dedicato ai bambini, ma in futuro voglio andare alle medie e alle superiori, perché è lì che c’è il vuoto istituzionale della musica».

Ci spieghi meglio.

«Serve una supplenza di stato. L’inno alla gioia arrangiato male e imposto nelle scuole col flauto dolce è un inno alla depressione e al disinteresse per la musica vera. Vi faccio un esempio».

Prego.

«Ho diretto recentemente la banda dell’esercito italiano alla Scala di Milano. Come mai ci sono 25 clarinetti e 3 flauti? Perché se lo raddoppi fa schifo. La parte che fa il primo, se la metti all’unisono, il flauto cresce. Invece noi abbiamo coltivato l’educazione musicale di tutti i nostri giovani italiani facendoli suonare all’unisono tutti e trenta in classe: una cosa che veniva per forza una schifezza, vietata dai trattati di orchestrazione».

Si va nella direzione opposta, li allontaniamo dunque.

«Sì. Tutto il contrario di quello che andrebbe fatto, quasi per dire: “così sicuramente siamo certi che non faranno i musicisti, sicuramente odieranno la musica”. E purtroppo ci sono riusciti con molti. L’Inno alla gioia di Beethoven con il flauto dolce, non si può ascoltare. Cantare no, non si poteva cantare, il flauto dolce invece sì. Io non capisco».

Oggi gli asili, poi le elementari, le medie e, un domani, le superiori. Un tour nei conservatori ci ha mai pensato?

«Sui conservatori bisogna vedere, se mi fanno entrare, perché io poi se entro in conservatorio dico quello che penso».

E cioè?

«Credo che abbiamo perso completamente la bussola. Ho fatto recentemente un’intervista sui conservatori e ogni giorno ho 150 ragazzi che studiano lì che iniziano a seguirmi, e 150 insegnanti che mi insultano tutti i giorni: evidentemente c’è un problema».

Quale?

«Forse i ragazzi stanno con me e gli insegnanti, che hanno interessi da tutelare, mi odiano. Se mi fanno entrare nei conservatori ci divertiamo, perché lì ci sta tanto, tantissimo da costruire insieme. Il governo deve intervenire: quando i conservatori si sono voluti equiparare all’università — il diploma di violoncello è diventato laurea in violoncello — lì è finito il conservatorio. Ci sono entrati in un mondo che non c’entra niente con l’arte: le regole dell’università di giurisprudenza non possono valere per uno studente di violoncello. Se mi fanno entrare in conservatorio ci divertiamo veramente di brutto e c’è tanto da fare, se non mi insultano».

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