Metanodotto a rischio sismico E’ polemica sul “tubo” Snam

Il progetto si snoda per ben 103 chilometri lungo l’appennino abruzzese Il governo lo difende, ma i parlamentari della regione accusano: «Una follia»
di ANNA MORGANTINI
ROMA
Un grande tubo d’acciaio di un metro e venti centimetri di diametro. A cinque metri di profondità. Pieno di gas compresso. Che attraversa proprio quel confine tra Umbria e Abruzzo dove il 30 ottobre si è deformata un’area di 1.100 chilometri quadrati. Avrebbe retto, quel tubo, alla scossa di terremoto più forte registrata in Italia dal 1980 ad oggi? O sarebbe esploso, aggiungendo fuoco e fiamme all’immane devastazione del sisma?
Il governo ha sempre sparso tranquillità a piene mani («Il tracciato è stato definito scegliendo i lineamenti morfologici e geologici più sicuri») ma a chiederselo, in Abruzzo e non solo, in queste ore sono in tanti: dai comitati No-tubo agli amministratori dei territori che, secondo il progetto presentato nel 2005 da Snam Rete Gas Spa e giudicato «strategico» da tutti gli ultimi presidenti del Consiglio, dovrebbero essere attraversati dal metanodotto “Rete Adriatica”. Parliamo di 687 chilometri di condotte che dalla Puglia (Massafra, Taranto) vanno all’Emilia-Romagna (Minerbio, Bologna). E che dovrebbero attraversare l’Abruzzo per ben 103 chilometri, tutti ad altissimo rischio sismico. A cominciare dalla valle Peligna, dove i sindaci hanno dimostrato in tutti i modi la loro contrarietà.
«Il governo non ha mai voluto ascoltare nessuno, ma purtroppo il sisma del 30 ottobre ha dimostrato che avevamo ragione: costruire un metanodotto in una zona così sismica è una follia». E’ adesso Gianni Melilla, deputato di Sinistra italiana, a riaprire ufficialmente il fronte No-Tubo, preparandosi a «riportare la battaglia in Parlamento». Una lotta che finora ha visto perdenti tutti gli oppositori al progetto, regione Abruzzo compresa: le leggi con cui ha cercato di fermarlo sono state dichiarate addirittura anticostituzionali su ricorso del governo.
Il mega-tubo dovrebbe portare in Italia il gas proveniente dall’Azerbajan tramite il Tap, il Trans Adriatic Pipeline, un metanodotto sottomarino (e contestatissimo) tra Albania e Puglia. Da lì il gas dovrebbe salire verso Nord attraverso cinque diversi gasdotti autonomi ma collegati: l’Abruzzo è interessato dal terzo tratto, il Sulmona-Foligno, che i progettisti avevano piazzato proprio tra le aree già interessate dal terremoto aquilano del 2009 e da quello umbro del 1997. Non solo. A Sulmona, in quello che la stessa Snam definisce «uno dei tratti più sensibili dell’intero progetto» è prevista anche la costruzione di una centrale di compressione e spinta, esattamente in località Case Pente, nei pressi del cimitero. Come il metanodotto, anche la centrale si trova in zona sismica di primo grado, nei pressi della faglia attiva di Monte Morrone. «Il bacino di Sulmona è unanimemente ritenuto dai sismologi un’area con elevata probabilità di occorrenza di un forte terremoto, con una magnitudine che può arrivare a 6.7 della scala Richter» ha denunciato più volte Melilla in Parlamento. E non è stato il solo. Anche gli altri parlamentari abruzzesi, dalla M5S Enza Blundo alla Pd Stefania Pezzopane, hanno segnalato al governo la pericolosità di «procedere alla realizzazione di un gasdotto in una zona ad alta sismicità come l’Abruzzo». Inutilmente.
Gli ultimi tentativi di mediazione con Roma, nel 2015, sono finiti male. Il viceministro allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, è stato categorico: «Il tracciato è stato definito scegliendo i lineamenti morfologici e geologici più sicuri (fondovalle, terrazzi, dorsali, eccetera) e comunque lontani dalle aree interessate, anche solo potenzialmente, da dissesti idrogeologici». E in ogni caso ha garantito che «le caratteristiche di duttilità e flessibilità delle tubazioni in acciaio» utilizzate dalla Snam, soprattutto se interrate come previsto in Abruzzo, «permettono alla tubazione di sopportare agevolmente le eventuali deformazioni indotte dal sisma».
Parole molto tranquillizzanti. Ma fino a un certo punto. Perché a garantire quell’«agevolmente» è lo stesso progettista, cioè la Snam. Il governo però punta anche su «una valutazione di tipo storicistico»: la letteratura tecnica internazionale non riporta casi di «danni a tubazioni integre in acciaio, saldate e controllate con le attuali tecniche», per effetto «dello scuotimento sismico del terreno». Traduzione: non è mai scoppiato un metanodotto a causa di un terremoto. Finora. Ma basta per dormire tranquilli?

