«Mi perseguita da 20 anni, aiutatemi»

8 Dicembre 2017

Messaggi, dispetti, danni all’auto e incursioni in ufficio. La professionista pescarese esasperata si rivolge alla polizia

PESCARA. Una conoscenza nata in famiglia quando erano appena ventenni, alla fine degli anni Otttanta. Da lì l’invaghimento di lui quando la incontra per strada qualche tempo dopo, tra il 1992 e il 1993, e avvia un corteggiamento che per la giovane si trasforma in persecuzione. Così per più di vent’anni, con un intervallo di tempo in cui la giovane nel frattempo si laurea, si sposa e prova a dimenticare quell’incubo. Fino a quando, ormai adulta, si separa. E lui dopo un po’ si ripropone. In modo più insistente e soffocante di prima.
IL DIVIETO. Lui, un 48enne pescarese, arriva perfino a sgonfiargli le gomme della macchina. E lei, ormai una professionista affermata, alla fine va a denunciarlo per atti persecutori. E così, dopo più di vent’anni, grazie alla ricostruzione della squadra Mobile di Pierfrancesco Muriana che ascolta, verifica e riscontra il racconto della donna, per l’uomo arriva lo stop del giudice Antonella Di Carlo. E cioè: obbligo di mantenere una distanza di almeno 50 metri dalla donna nel caso di un incontro occasionale; a non avvicinarsi ai luoghi frequentati normalmente da lei e dai suoi familiari (casa, luogo di lavoro, locali e luoghi ricreativi che frequenta) e a non comunicare con questi nè verbalmente, nè via telefono e neanche via computer.
Secondo il giudice, si tratta di «modi e fraseggi di chiara impronta minatoria». Lo raccontano i fatti ricostruiti dagli investigatori. Un’escalation che parte dal 1993. Dall’anno prima lui insiste con le telefonate e lei si fa negare e allora le invia una lettera in cui si dichiara e poi ancora telefonate a casa dei genitori di lei in cui senza qualificarsi l’interlocutore pronuncia frasi offensive e oscene. In una di queste lei lo riconosce e gli dice di smetterla minacciando di denunciarlo. E lui da quel momento smette.
DOPO VENT’ANNI. Passano dieci, vent’anni ed ecco che nel 2015, due anni dopo la separazione della donna dal marito, lui torna a farsi vivo. Un vaso di orchidee e un bigliettino senza firma. Due mesi dopo un ramo di calicanto compare sul tergicristallo della macchina di lei. Una settimana dopo, sempre sul tergicristallo trova un bigliettino scritto a mano e senza firma, e una settimana dopo ancora un calicanto sul tergicristallo. Fiori che la professionista trova anche un giorno di febbraio e in un altro di aprile sulla macchina parcheggiata sempre in luoghi diversi. Inizia ad aver paura, a rendersi conto che quell’uomo la segue. Sono ancora episodi sporadici ma bastano per farla stare in uno stato di tensione continua. Così il corno trovato attaccato allo specchietto del suo motorino parcheggiato sotto l’ufficio, e così la presenza di lui in uno stabilimento balneare dove lei a ottobre è con alcuni amici. Non si salutano neanche, ma passa qualche giorno e lui le scrive su Facebook facendo riferimento a quella sera. Contatti che diventano sempre più ravvicinati e insistenti fino a quando, di lì a qualche giorno, lui torna allo stabilimento balneare dove lei è con un’amica, e senza parlare le rovescia addosso un bicchiere di acqua con ghiaccio. All’amica di lei, dopo una serie di messaggi in cui le chiede di incontrarsi, alla fine si presenta dicendo di essere quello che gli aveva rovesciato il bicchiere addosso. E nello scusarsi le scrive: «E poi tu sei una vittima collaterale, in inglese una casuality».
IN UFFICIO. Da quel momento è un’escalation. A ottobre si presenta in ufficio dopo essersi annunciato al citofono con un altro nome. La donna, stravolta, gli intima di sparire e lui le fa capire che non la lascerà in pace: «Attualmente non ho problemi coi denti, ma al secondo piano c’è la mia dentista di sempre. Se poi capita di camminare sullo stesso marciapiede, io non lo cambio. Troppa fatica». Curati, le dice lei prima di bloccare il contatto con lui su Facebook. Ma non basta, anzi.
LE RUOTE SGONFIE. A fine ottobre lui va a sgonfiargli due ruote della macchina mentre lei è a teatro. Quando riprende l’auto la donna si accorge che sbanda, a fatica torna a casa e il giorno dopo deve chiamare una ditta di autotrasporto. Non immagina, come poi gli scrive lui un mese dopo in una lettera interminabile, che è sempre lui il responsabile: «Sono stato come un killer che parte per sparare con una 50 magnum e finisce per soffiare dentro una cerbottana coi razzetti di carta».
L’INSEGNA. Passano mesi di silenzio e all’improvviso, a luglio, torna a farsi vivo. Lei trova il motorino spostato, poi lo scotch sulla sella dove c’era un’abrasione. Lo toglie. Ma dieci giorni sullo stesso punto della sella trova un cerotto di tipo chirurgico. Lei sostitusce la sella e ancora ci trova un disegno con pennarelli indelebili. Ma a ottobre non sa più che cosa pensare: davanti al portone dell’ufficio trova l’asse di legno con la scritta che lei aveva fotografato su una spiaggia di Vasto e poi pubblicata sulla sua pagina Facebook. Lui la va a cercare su quella spiaggia, la prende e gliela porta l’ufficio in pieno centro. Poi riproduce su una targhetta quella scritta e la mette sul citofono dell’ufficio di lei e poi ancora le mette una lettera nella cassetta, «Non è la tua capanna privata ma di chiunque passi e voglia un po’ d’ombra». Dopo più di vent’anni lei dice basta e lo denuncia. Quando ai primi di novembre la polizia va a sequestrargli il telefono cellulare, il computer portatile e dei manoscritti lui non fa altro che contattare l’avvocato di lei. «Ho biosogo di un legale», gli dice.
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