Milani e gli abruzzesi: «Vi racconto il legame forte con questa terra»

5 Ottobre 2024

Il cineasta: «L’abbattimento dei cervi? Ho parecchi dubbi Gli attori sconosciuti il valore aggiunto di “Un mondo a parte”»

Lei aveva già girato altri film qui in Abruzzo, ma con Un mondo a parte possiamo dire che è diventato un po’ il portavoce di questa regione tradizionalmente un po’ nascosta?
«Sono felice che questo avvenga, ho avuto reazioni molto positive in tutta Italia. Ovunque hanno capito quello che questa regione può dare al Paese. In Abruzzo ci sono grandi eccellenze che emergono anche a livello internazionale, ci sono potenzialità enormi anche per le giovani generazioni. Che, tra l’altro, vedo sempre meno andare fuori per lavoro. Il fine vero che bisogna raggiungere è che l’Abruzzo diventi un luogo di opportunità».
Una parentesi di attualità. Da ieri è ufficiale: in Abruzzo è caccia aperta a 469 cervi, compresi i cerbiatti. Lei, come tanti altri intellettuali, aveva commentato questa scelta. E ora?
«Mi avevano chiesto un parere e io ho solo espresso un mio dubbio. Sono d’accordo che a volte bisogna fare una selezione della fauna selvatica, lo fanno anche altrove, al di là della forma un po’ cruenta. Ma qui bisogna considerare anche un altro aspetto: questa regione è fortemente identificata con la sua ricchezza naturale. Sul piatto della bilancia bisogna mettere l’identità precisa che l’Abruzzo ha conquistato grazie ai parchi. Dunque questa scelta potrebbe essere un errore a livello di comunicazione, portare un danno di immagine».
Visto da “forestiero”, com’è l’abruzzese: è davvero, come si dice, “forte e gentile”?
«È la verità. Io però mi sento molto abruzzese, vengo qui da quando ero ragazzo. Sono entrato, come è nel mio carattere, in punta di piedi, e adesso il legame è molto forte. Non mi sento affatto un forestiero».
Infatti ha scelto, in Un mondo a parte, di lasciare spazio al dialetto, agli accenti “genuini”. Difficile?
«Affatto, perché nelle zone in cui ho girato il dialetto è una cosa che fa parte della vita quotidiana. Piuttosto è stato difficile far accettare al produttore un film in un posto sconosciuto, sommerso dalla neve, con un cast quasi interamente di attori non professionisti».
Tanti attori del luogo, infatti: come è stato lavorare con loro?
«Molto semplice: li conoscevo tutti. Sapevo che la loro umanità, la loro autenticità, sarebbe stata vincente. Ho adattato anche la sceneggiatura ai loro caratteri, facendo un lavoro inverso e prendendo spunto da quanto veniva fuori dalle loro storie e interpretazioni. Sono proprio questi attori non professionisti l’arma vincente del film. Duilio, il ragazzo che nel film torna al paese per fare l’agricoltore, è davvero un agricoltore che ha scelto di lavorare lì. I bambini, poi, li ho visti nascere. Differenze con loro? Sopportavano benissimo il freddo! Noi meno...»
E qui il discorso spazia tra il problema dello spopolamento e la “restanza”.
«Ho voluto far capire la distanza che c’è tra teoria e pratica, far capire quanto siamo a volte lontani da queste realtà. Vito Teti (autore del libro La restanza per Einaudi, ndr) che conosce la realtà dei piccoli centri, sa che le persone vogliono restare, sono questi i sentimenti dominanti. Ci sono segnali di un’inversione di tendenza, rispetto alla voglia di trasferirsi altrove. Ma per permettere questo, bisogna trasformare i piccoli centri, ci vogliono servizi. E qui scatta l’importanza della politica».
Servizi essenziali, trasporti, scuole...
«Sono queste le cose per cui bisogna lottare. Penso che su alcune cose non si possa ottimizzare: sanità, istruzione e cultura sono tre pilastri della società a cui non si può rinunciare. Bisogna battersi per questo».
Poi ci sono gli stranieri: alieni o risorsa?
«Nella Marsica gli stranieri ci sono da decenni. C’è la possibilità di integrarsi. Io lo racconto: l’insegnante di sostegno del film spiega quello che veramente ha vissuto con gli immigrati. In queste zone c’è grande concretezza nel modo di risolvere le questioni. Si mettono da parte i contrasti, ogni divisione di tipo religioso, politico, culturale. I nord africani da clandestini sono diventati regolari, hanno affittato case, spesso quelle costruite per accogliere i terremotati, e così hanno rinvigorito le comunità. Nessuno ha perso la propria identità, non c’è scontro culturale. E le cose vanno così da molti anni, vanno avanti da decenni».
Il cinema può aiutare, grazie alla sua carica emotiva, a far rimanere o tornare i giovani nelle aree interne?
«Oddio, il cinema non può cambiare le cose, ma può stimolare delle riflessioni. Può aiutare molto ad accendere la discussione, la comprensione dei problemi in cui ci imbattiamo».
Incentiva il turismo...
«Questo sì: dopo il mio film ho visto pullman interi arrivare a Villetta Barrea, a Pescasseroli. Si deve investire sulla comunicazione. Questo è un territorio meraviglioso, tra arte, storia, cultura, enogastronomia. Adesso è arrivato il momento di comunicare. C’è da molto tempo il Parco, un richiamo fortissimo, e ora sono cresciuti anche gli altri territori».
C’è differenza anche sotto il profilo sociale, giovanile, tra la grande città e le piccole realtà: quel senso di sconfitta del maestro Albanese di fronte all’atteggiamento sfrontato degli allievi romani e il suo desiderio di fuggire altrove...
«È un male del nostro tempo non rispettare più le competenze altrui, un rivelatore di profonda ignoranza. Mancare di rispetto è un atteggiamento ormai frequente, che però nelle piccole comunità forse tarda a diffondersi. Sì, trovo che nei paesi ci sia rispetto maggiore, anche perché il contatto diretto, quotidiano, tra le persone favorisce i rapporti. I maestri, ad esempio, sanno tutto dei loro studenti e anche delle loro famiglie, c’è una conoscenza ampia di tutte le problematiche che li riguardano».
In Abruzzo è stato appena nominato il nuovo Cda della Fondazione Film Commission. Quanto è importante per la regione e per il cinema?
«Molto importante. Mi sono complimentato con il presidente Marsilio e con Piercesare Stagni (nominato presidente della commissione ndr), che conosco da anni. La Film Commission può essere un volàno economico potente, in altre regioni ci hanno costruito una fortuna, dal punto di vista economico, del turismo e dell’occupazione».
Occupazione che può trovare sbocchi anche nel cinema: ha trovato maestranze qualificate in Abruzzo?
«Abbiamo trovato grandi professionalità anche qui in Abruzzo e cerco di coinvolgere persone del luogo, quando giro. Certo, bisogna incentivare e favorire la preparazione di professionisti nel settore».
Tra presente e passato: la Guerra degli Antò compie 25 anni.
«E festeggeremo: il 10 novembre sarò a Pescara con il Festival di Libri e Altrecose per ricordare quel film, poi a Montesilvano. E anche in altre regioni, a Roma e a Senigallia. È un film al quale sono molto legato, ha lasciato il segno».
Poi l’esperienza come direttore artistico del Flaiano Film Fest...
«Collaboro con loro da diversi anni, è una realtà importante. Flaiano e il Flaiano sono due elementi importanti della cultura della regione. Flaiano ha raccontato la realtà in chiave critica, ironica, elegante e raffinata, ha saputo guardare oltre. Era un precursore, ho per lui un grandissimo rispetto. E anche il Premio è un’eccellenza abruzzese, il gruppo che l’organizza è ammirevole. Sono quasi tutte donne, poi, bravissime».
Giovani autori, sceneggiatori, attori: c’è un certo fermento nell’ambiente culturale abruzzese?
«C’è Sara Serraiocco, una grandissima attrice, attualmente nel cast di Vermiglio, selezionato dall’Italia per gli Oscar. Ma tanti altri, in tutti i settori, anche nella letteratura. E no, non credo sia un caso, ci sono fermenti culturali. Paride Vitale, ad esempio, con la sua guida sull’Abruzzo (D'amore e d'Abruzzo. Guida sentimentale alla regione più bella del mondo, Cairo Editore, ndr). Questa regione sta tirando fuori un grande amore dalle persone».
Progetti futuri?
«C’è un nuovo film all’orizzonte, ma è presto per parlarne. Sarà girato in Sardegna».
Regione che ha molte similitudini con l’Abruzzo, no?
«Infatti, non è casuale. Sono tante le somiglianze. E anche qui racconterò di resistenza culturale e sociale».