Molti sacerdoti si arrendono: da noi non c’è posto
PENNE. L'invito ad ampliare la rete di accoglienza per i richiedenti asilo provenienti dai territori di guerra anche attraverso l'ospitalità nelle case parrocchiali ha avuto un’eco incredibile anche...
PENNE. L'invito ad ampliare la rete di accoglienza per i richiedenti asilo provenienti dai territori di guerra anche attraverso l'ospitalità nelle case parrocchiali ha avuto un’eco incredibile anche nell’area vestina, dove c’è chi da tempo, già prima del monito papale, ha dato un grande aiuto ai più bisognosi del territorio, anche se non tutti i parroci, chi per un motivo e chi per un altro, hanno deciso e potuto aprire le porte delle proprie canoniche ai rifugiati. «Da me non c'è nessuno», racconta don Celestino Tsivony, parroco della Beata Vergine Maria Del Monte Carmelo a Penne. «Per poter accogliere qualcuno, occorrono strutture e condizioni idonee. Sarà necessario parlarne bene in Curia prima di avviare simili azioni di accoglienza. È una grande responsabilità ospitare qualcuno nella propria casa e bisogna farlo nel miglior modo possibile».
Da mesi alcuni parroci dell'area vestina hanno invece aperto le proprie case canoniche ad alcuni bisognosi, non rifugiati, ma hanno preferito non raccontare la loro esperienza di solidarietà e aiuto verso il prossimo per non pubblicizzare le azioni di carità. Solo a Penne, a oggi, sono ospitati ben 75 rifugiati divisi tra le due strutture di accoglienza del Lapiss (50), all'interno dell'oasi naturale lago di Penne, e nella casa di riposo De Sanctis-Del Bono (25) gestita dalla Asp di Pescara. Fino a qualche tempo fa erano 91, con 16 immigrati accolti in un agriturismo di contrada Collalto.
A Montesilvano, a sei mesi dall'appello del Pontefice, le parrocchie non sono ancora organizzate per l'accoglienza, non nelle canoniche ( «per questioni di spazi ridotti») ma nella comunità. Però ci stanno lavorando insieme alla Caritas seguendo le disposizioni dell'arcivescovo della diocesi di Pescara-Penne, monsignor Tommaso Valentinetti. «Ci stiamo attivando secondo le disposizioni del vescovo e in collaborazione con la Caritas», conferma don Paolo Lembo, 57 anni, di Pescara, 25 di sacerdozio, parroco della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo in via Giovi, «intanto abbiamo lanciato l'appello del Papa alla comunità parrocchiale tramiti avvisi o durante l'omelia. Il nostro percorso di sensibilizzazione lo stiamo compiendo, ma certe questioni richiedono i giusti tempi di organizzazione di logistica». Don Giampietro Pittarello, di origini padovane, parroco di San Giovanni Bosco in via Lanciano, precisa che «nelle canoniche non c'è posto, dobbiamo organizzare gli interventi sul territorio, all'interno della comunità».
Dello stesso avviso don Cesare Krzyzyk , di origini polacche, parroco di San Raffaele Arcangelo in via Chiarini: «Le famiglie da aiutare ci sono. La questione è delicata se si pensa che anche al progetto mensa dei poveri in centro ci sono opposizioni. Io non potrei mai accogliere in canonica per questioni di spazi, io stesso abito in un normale appartamento».(c.c. e f.bel.)

