Monia, ferita 120 volte e uccisa «Niente crudeltà, giusti i 17 anni»

19 Luglio 2021

L’omicidio della psicologa pescarese a Francavilla. Dopo aver confermato la condanna a Iacone, la Cassazione spiega perché ha respinto i ricorsi contro lo sconto di pena. «Non voleva infierire»

FRANCAVILLA. L’hanno trovata con il corpo martoriato da 120 ferite da taglio. Ma all’assassino della psicologa Monia Di Domenico non è stata riconosciuta l’aggravante della crudeltà perché la donna cercò di difendersi e «l’imputato fu costretto a un’azione lesiva congiunta (scannamento e soffocamento) funzionale alla dinamica omicidiaria e non espressiva di gratuita efferatezza», scrive la Cassazione. «La reiterazione dei colpi non era caratterizzata dalla volontà di infierire sulla donna». Con queste motivazioni i giudici romani hanno confermato 17 anni di carcere per Giovanni Iacone, l’inquilino che uccise a Francavilla al Mare la 45enne pescarese, massacrandola a sassate e sgozzandola con un pezzo di vetro, perché non voleva pagarle due mesi dell’affitto di casa. Le sette pagine di sentenza depositate nelle scorse ore mettono la parola fine al delitto avvenuto l’11 gennaio del 2017 in un appartamento al civico 65 di via Monte Sirente.
RICORSI RESPINTI La prima sezione penale della Suprema Corte (presidente Vincenzo Siani, relatore Filippo Casa), dunque, ha rigettato il ricorso presentato dal procuratore generale della Corte d’Appello dell’Aquila, che chiedeva il riconoscimento della crudeltà, e dunque di ripristinare i 30 anni di reclusione inflitti in primo grado con il rito abbreviato, «perché per togliere la vita a una persona non serve arrivare quasi a decapitarla e a sfregiarle il volto mentre è ormai già agonizzante». Respinto anche il ricorso del difensore delle parti civili, ovvero i genitori della vittima, Aldo Di Domenico e Dora Foschi, che da quella maledetta sera di quattro anni e mezzo fa non hanno più pace e non smettono di chiedere giustizia per la loro Monia.
LE FASI DEL DELITTO Secondo la Cassazione, nell’escludere la crudeltà, la Corte d’Appello ha «operato con coerenza». Sono state due – è ricostruito in sentenza – le fasi dell’aggressione: «Nella prima, fu utilizzato un corpo contundente, verosimilmente una pietra del tipo ferma-porte nell’immediata vicinanza dell’aggressore (che si trovava nel salone della sua abitazione), con la quale venne provocata (oltre a quella delle ossa nasali) la frattura della teca cranica, frattura, tuttavia, che, ad avviso del medico legale incaricato dal pubblico ministero, ben difficilmente avrebbe potuto determinare un esito letale, definito, anzi, “estremamente improbabile”. Nella seconda fase, preceduta dalla caduta dei due colluttanti sul piano di un tavolo di vetro, che andò in frantumi, fu utilizzato, come mezzo offensivo, uno dei frammenti di vetro scheggiato (derivante dalla rottura del tavolo), con il quale la donna fu colpita al collo almeno quattro volte (uno dei quali sortì l’effetto letale, recidendo la vena giugulare destra), mentre veniva tenuta, nello stesso tempo, bloccata dall’imputato mediante una forte compressione esercitata in regione mentoniera».
IL TENTATIVO DI DIFESA I giudici romani, quindi, ritengono che «corretto si rivela l’approdo cui è pervenuta la Corte aquilana che, logicamente apprezzando l’azione di difesa attiva e passiva della vittima (non valutata, viceversa, dal primo giudice), ha ritenuto la reiterazione dei colpi, pur portata avanti con veemenza e speciale aggressività, funzionale alla dinamica omicidiaria (dovendo soverchiare le resistenze dell’aggredita) e non caratterizzata dalla volontà di infierire sulla donna con crudeltà, ossia con sofferenze aggiuntive e gratuite». Quanto alle osservazioni della Procura generale, è scritto ancora nelle motivazioni, «la particolare ferocia giustificante la configurabilità dell’aggravante non può essere dimostrata, come vorrebbe la pubblica accusa, con le immagini fotografiche della vittima incluse nella relazione autoptica, che si limitano a illustrare, com’è ovvio, i segni sul corpo della donna impressi dalla violenta aggressione subìta, dai quali si può desumere il numero, la tipologia, l’entità delle lesioni e il mezzo con cui sono state procurate, ma non di certo il moto interiore specialmente riprovevole che ha, eventualmente, guidato l’azione omicida».
ASSASSINO IN CARCERE Iacone è in carcere dalla sera dell’omicidio. Deve rispondere anche di occultamento di cadavere, perché trascinò il corpo della psicologa, avvolto in un lenzuolo bianco, fino alla mansarda. Probabilmente, non fece in tempo a cancellare le tracce perché i carabinieri della tenente Maria Di Lena arrivarono subito dopo essere stati allertati da un vicino. Monia, originaria di Corropoli, psicologa di Villa Serena amata dai suoi pazienti, non si sarebbe mai aspettata una simile esplosione di violenza. Tant’è che due ore prima del delitto, incontrando un’amica, parlò di andare a ritirare l’affitto come una normale incombenza da sbrigare. «In quasi 4 anni», ha detto Dora, la madre di Monia, «nessuno ci ha chiesto scusa, né ha tentato di avere un contatto con noi».