Monica morta dopo le botte Il compagno condannato a 13 anni

Sentenza della Corte d’Assise: per Gelu Cherciu, romeno di 67 anni, il pm aveva chiesto 20 anni La tragedia risale al 30 maggio 2018 quando la donna fu trovata esanime sull’uscio di casa
PESCARA. Tredici anni di reclusione è la pena che la Corte d'Assise di Chieti ha inflitto ieri al romeno Gelu Cherciu, 67 anni, per la morte della sua convivente e connazionale, Monica Gondos. L'imputato, difeso dall'avvocato Fabrizio Giannini, era accusato di maltrattamenti in famiglia e la pubblica accusa gli aveva contestato questo reato che, con l’aggravante del decesso della parte offesa, fa salire di molto la pena edittale prevista. Il pm Anna Benigni aveva infatti concluso la sua lunga requisitoria chiedendo la condanna a 20 anni di reclusione che poi la Corte ha fissato a 13.
Il corpo senza vita di Monica venne rinvenuto dai carabinieri la sera del 30 maggio dello scorso anno davanti all’uscio di casa dell’imputato, in strada Colle Orlando. Gelu ha sempre negato di aver anche solo picchiato la sua convivente, ma la fase istruttoria e quella dibattimentale hanno fornito alla Corte un quadro inequivocabile delle continue angherie e delle violenze che la donna era costretta a subire da parte di Gelu.
«Cherciu Gelu non voleva la morte di Monica Gondos», ha concluso il pm, «ma il corpo di Monica non ha più retto e ha ceduto sotto l’ennesimo colpo». Un femminicidio lungo sei anni, quanto è durata la loro relazione costellata di diversi episodi di violenza dei quali le figlie della vittima sarebbero venute a conoscenza, ospitando ripetutamente la madre ogni volta che la violenza di Gelu diventata insopportabile. E i segni di quelle botte erano evidenti. «Gelu voleva continuare ad abusare fisicamente e psicologicamente di Monica», ha detto il pm Benigni , «a vessarla, a chiedere i soldi per comprare gli alcolici, a denigrarla, cosa che ha fatto sia in sede di interrogatorio davanti al pm che nel dibattimento in sede di spontanee dichiarazioni, quando ci ha tenuto a ricordare che Monica aveva dovuto cambiare molti lavori e non aveva una vita sociale perché beveva».
Di alcol ne facevano uso entrambi e questo è stato accertato dall’inchiesta, ma la causa della morte, come ha evidenziato la consulenza, non è stata come l’imputato ha cercato di far credere, dovuta a un malore e a una caduta accidentale per le scale di casa. Il perito ha confermato la presenza di moltissime ecchimosi non riferibili a una caduta, ma segni di botte continue: di violenti pugni ricevuti. E uno di questi sarebbe stato fatale: un colpo violento dietro la schiena che ha rotto una costola che ha poi bucato il polmone della donna. «È nella serie abituale di vessazioni», ha aggiunto il pm in requisitoria, «ed in merito alle quali hanno abbondantemente riferito in maniera coerente e puntuale le figlie ed il genero della vittima, che si inserisce l’ultima violenta aggressione di Cherciu ai danni di Monica».
E nel ricostruire l’ultima giornata della vittima. l’accusa dice: «Una giornata trascorsa tra alcool, forse litigi, sicuramente violenze fisiche, talmente abituali che probabilmente Chericiu, completamente ubriaco, non si è nemmeno accorto di aver ucciso la propria compagna».
Quando i carabinieri arrivano sul posto trovano Gelu in mutande, intento a fare la respirazione bocca a bocca alla donna. Era ubriaco. Ma l’autopsia accertò che la donna era morta già da qualche ora. Un buco temporale, secondo l’accusa, che coincide con il tempo che si è reso necessario al Cherciu per recuperare le proprie capacità intellettive dopo il massiccio abuso di alcol. E c’è poi un altro elemento contro l’imputato: una intercettazione telefonica nella quale, parlando con un amico, Gelu dice: «Non mi hanno chiuso stupidi del cavolo», riferendosi ai carabinieri che lo avevano convocato in caserma, ma gli avevano soltanto restituito le chiavi dell’appartamento che era stato sequestrato.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

