«Montedison ignorò l’inquinamento»

3 Ottobre 2014

Il processo per la discarica di Bussi. Da ieri la requisitoria dei pm che si conclude oggi con le richieste per i 19 indagati

CHIETI. «Sono stati commessi crimini tra i peggiori del genere in Italia, sulla testa di decine di migliaia di persone. Le pubbliche autorità avvertirono Montedison dell’inquinamento delle acque dei pozzi, e non i cittadini, le vittime che avrebbero continuato a bere quell’acqua». È uno dei passaggi chiave del pm Anna Rita Mantini che ieri, con il collega Giuseppe Bellelli ha iniziato la requisitoria nel processo a porte chiuse in Corte d’assise, a Chieti, sulla megadiscarica dei veleni di Bussi sul Tirino. Una requisitoria che si concluderà oggi con le richieste per i 19 imputati finiti alle sbarra con le accuse di aver avvelenato le acque, e di disastro doloso. Il verdetto è atteso prima di Natale.

Dai nuovi documenti illustrati ieri in aula dal pubblico ministero Mantini, una società esterna, nel 1993, segnalò a Montedison la grave situazione di inquinamento, sottolineando che le attività erano inadeguate e proponendo investimenti sia per il risanamento sia per lo studio degli effetti sulla salute. Su un appunto sequestrato, riconducibile ai vertici Montedison, rispetto allo studio e con riferimento alle vecchie discariche, ha aggiunto la Mantini davanti al presidente del collegio Camillo Romandini, c’è scritto «non ci conviene». Lo studio fu consegnato a uno degli amministratori della società, oggi imputato, ma, sempre secondo il rappresentante dell’accusa, Montedison decise di non seguire le indicazioni. Gli investimenti ambientali da parte di Edison, ha evidenziato ancora il pm, furono ridotti da 36 miliardi di lire del 1991 a sei miliari del 1994, ossia un sesto. Nel corso della requisitoria, Mantini si è soffermata anche sul «dato dell’omertà» che vi è stata sul caso e ha citato alcune delle poche testimonianze dirette. Ci sono anche documenti della stessa Montedison in cui addirittura già nel 1971 si ammetteva che i materiali tossici sotterrati nella discarica Tremonti potessero percolare e andare a inquinare le falde. La consapevolezza di quanto avveniva a Bussi in termini di inquinamento era sicuramente nota, secondo il pm, ad un assessore comunale di Pescara dell'epoca, siamo nel 1971, Giovanni Contratti: fu l'unico ad occuparsene, ebbe una interlocuzione anche piuttosto dura con l'azienda e chiese la rimozione dei rifiuti ma di fatto finì con il rimanere isolato. Agli atti del processo vi sono anche documenti, provenienti dalla Regione, che dimostrano in maniera statistica che vi è un’incidenza a tumorale su alcune zone che sono limitrofe alle aree della discarica: l’area del comune di Bussi e di Popoli e la zona Pescara e zone limitrofe. Un dato oggettivo che non è tuttavia frutto di uno studio epidemiologico.

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