Montesilvano dice no alla Grande città

25 Gennaio 2018

Parere contrario del Consiglio comunale al progetto di fusione. Il sindaco Maragno: la Regione impone tempi troppo stretti

MONTESILVANO. Contrario. È il parere espresso dal Consiglio comunale di Montesilvano che di fatto boccia la proposta di legge regionale, la numero 206 del 2016, sull’istituzione del Comune di Nuova Pescara con un unico sindaco. Hanno espresso voto favorevole alla delibera, quindi bocciato il progetto di fusione dei Comuni, 14 consiglieri; tre i contrari (Barbara Di Giovanni, Paolo Rossi ed Enea D’Alonzo) uno astenuto (Danilo Palumbo). I consiglieri del M5s, da sempre favorevoli alla Grande città, hanno abbandonato l’aula.
«Il voto del Consiglio di Montesilvano» riassume il sindaco, Francesco Maragno, «non è contro la volontà popolare che si è espressa nel referendum del 2014, ma è certamente un voto contrario alla proposta di legge così come ci è stata presentata dalla Regione. La fusione di Montesilvano, Spoltore e Pescara sarebbe un unicum a livello regionale e nazionale, perché i fenomeni di accorpamento già conclusi riguardano Comuni di classe demografica decisamente più ridotta». Nella delibera licenziata ieri dall’assemblea viene sottolineata la tempistica: progetto di legge depositato il 5 febbraio 2016, trasmesso ai tre Comuni quasi due anni dopo, nel novembre 2017. Poi l’accelerazione. «L’esecuzione così repentina della fusione» si legge nel provvedimento, «correrebbe il rischio di compromettere il conseguimento dei vantaggi attesi, procurando potenziali danni, in mancanza di un’accurata analisi e pianificazione preliminare condivisa».
«La tempistica così ristretta» osserva il sindaco, «potrebbe inficiare efficienza e efficacia dell’azione amministrativa. A ciò aggiungiamo che la fusione dei 3 Comuni darà vita a una realtà demograficaz di circa 190mila abitanti, numero ben inferiore al tetto dei 250mila, necessario per ottenere le agevolazioni finanziarie previste dalla legge. Il termine del 1 gennaio 2019 darebbe inoltre vita anche a situazioni paradossali. Penso alla rappresentanza dei tre territori in seno agli organi della Provincia di Pescara. Ai sensi della legge 56 del 2014, la cessazione dalla carica di consigliere comunale comporta la decadenza da consigliere provinciale e, inoltre, impedisce la candidatura alle elezioni provinciali previste per gennaio 2019. Per tutte queste ragioni, riteniamo opportuno definire un progetto di fusione che preveda un percorso graduale di aggregazione. Ecco perché abbiamo espresso parere contrario al progetto di legge» chiosa Maragno, manifestando la disponibilità a partecipare con gli organi regionali e comunali di Pescara e Spoltore alla redazione di una nuova proposta di legge, con modalità e termini che rispettino una gradualità del processo di fusione.
Sul no del Consiglio ha espresso perplessità, pur votando assieme ai consiglieri di maggioranza, il capogruppo di #montesilvano2019, Anthony Aliano: «Se per un verso» osserva, «la procedura di fusione premetta il parere obbligatorio dei Consigli comunali coinvolti, per altro verso ne definisce l'inutilità poiché non li ritiene vincolanti. Ecco perché avrei auspicato di deliberare la impossibilità temporanea di rendere il parere, poiché le informazioni rese dal legislatore regionale, e la non definitività del disegno di legge presentato alla attenzione delle assemblee civiche, non hanno consentito ai consiglieri di potersi esprimere con piena e legittima cognizione di causa».
E se il rappresentante del gruppo misto, Gabriele Di Stefano, si è detto pronto incatenarsi se dovesse andare avanti il progetto delle tre città, Feliciano D’Ignazio (Pd), pur nel rispetto della volontà popolare, ha ribadito che la «fusione si deve fare, ma con determinate modalità. Un esempio che mi sento di portare» spiega, «è quello dell’Unione dei Comuni al quale ho partecipato nel 2007/2008: un totale fallimento. Dopo quell’esperienza, come potremmo passare a una fusione fatta adesso, a freddo, in 5-6 mesi? Darei un termine decennale per un’unificazione di alcuni servizi, con resoconti semestrali per verificare se effettivamente la macchina comunale funzioni, ma anche per capire quali siano i costi».
Paola Ballarini (M5s) spiega perché il movimento ha abbandonato l’aula al momento del voto: «Questa fusione poteva essere fatta, se davvero avessero voluto farla ma non è stato concepito neppure uno studio di fattibilità o di impatto economico, perché non c’era la volontà di farlo. A questo punto, come si fa a votare una possibilità di andare avanti con questi tempi? Non lo accettiamo. Ci sentiamo con le spalle al muro, quindi se la votassero loro. Noi l’avremmo appoggiata con i tempi dovuti, perché ci interessa di ottimizzare i servizi e l’attrattività, anche a livello economico e industriale. Così è una forzatura per scopi elettorali fatta da D’Alfonso. A noi il suo gioco non interessa». (a.s.)
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