Morì dopo la caduta in ospedale, la Asl risarcisce i parenti

Un 74enne ricoverato finì a terra mentre era nel suo letto Il giudice ordina il pagamento di 600mila euro alla famiglia
PESCARA. La Asl di Pescara dovrà risarcire di oltre 600mila euro i familiari di un 74enne residente in provincia morto in seguito ad una caduta dal suo letto di degenza, avvenuta mentre era ricoverato all’ospedale del capoluogo adriatico. Il decesso, dovuto ad un vasto ematoma sottodurale, è avvenuto a dicembre del 2013 in un altro ospedale della provincia, oltre tre mesi dopo la caduta e a seguito del ricovero in una serie di strutture diverse, anche per la riabilitazione. I familiari dell’uomo si sono successivamente rivolti allo studio legale Colletti & Partners, dell'avvocato Andrea Colletti, che è anche deputato. Lo studio li ha seguiti e supportati insieme all'avvocato Raffaella Di Giovanni per un’azione civile contro la Asl di Pescara. E si è arrivati così, a distanza di anni, alla sentenza del giudice Marco Bortone.
La vicenda riguarda un 74enne che, finito in pronto soccorso di Pescara a metà settembre 2013 per altri problemi, era stato ricoverato d’urgenza. Dopo tre giorni di degenza, avvenne la caduta, alla cui origine ci fu, tra l’altro, l’assenza sul letto di spondine di contenzione. L’uomo riportò un grave ematoma e fu sottoposto a intervento chirurgico urgente. Le condizioni del settantenne rimasero però sempre critiche: alla riabilitazione in una struttura dedicata si alternarono ricoveri, anche in rianimazione, fino alla morte, avvenuta nella seconda metà di dicembre del 2013. E, per i familiari dell’uomo «la caduta poteva essere evitata qualora fosse stata effettuata la valutazione del rischio e fossero state attuate le ordinarie misure preventive e di monitoraggio. L’intervento» successivo alla caduta, hanno sostenuto sempre i parenti, sarebbe stato disposto «con colpevole ritardo» e la morte sarebbe avvenuta «come conseguenza sia della caduta sia del ritardo nell’esecuzione dell’intervento chirurgico», sempre per i familiari dell’uomo.
Acquisita la documentazione e predisposti i relativi atti, è partito l’iter giudiziario e ora, a otto anni dal fatto, arriva la sentenza di primo grado, emessa dal Tribunale di Pescara, all’esito di una consulenza tecnica d’ufficio.
Per quanto riguarda il risarcimento, che ammonta ad oltre 600mila euro, nel pronunciamento viene evidenziato come il calcolo si basi sul danno derivante dalla perdita del rapporto parentale, legato alla «sofferenza procurata dalla privazione dei rapporti di stretta familiarità derivanti dalla convivenza e per i cambiamenti dello stile di vita dovuti anche alla necessità di continue visite» al paziente, dal comune di residenza della famiglia alle varie strutture dove è stato ricoverato.
Si è tenuto conto, tra gli altri elementi che concorrono alla determinazione della somma finale, anche delle spese sostenute per il servizio funebre, di quelle legali e quelle per le consulenze tecniche.
«Dall’esame di tutta la documentazione in nostro possesso», affermano Colletti e Di Giovanni, «si evince chiaramente come il decesso sia conseguenza di un comportamento negligente ed imperito dei sanitari dell’ospedale di Pescara, come poi confermato anche dal giudice nella sentenza. Si tratta, purtroppo, di evenienze che accadono non raramente negli ospedali italiani», concludono i due legali, «spesso a causa di distrazione e di una evidente disorganizzazione ospedaliera».

