Morirono nel resort ma per l’Inail non fu incidente sul lavoro

Alle famiglie offerti duemila euro per quelle vite spezzate Lo sfogo dei parenti: è come averne calpestato la memoria
FARINDOLA. Ventinove le vittime della tragedia Rigopiano. Ventinove anime inghiottite dalla valanga di neve e detriti scesa giù dal Monte Siella alle 16,49 del 18 gennaio di 6 anni fa. Undici di loro si trovavano lì per fare il proprio lavoro. C'erano camerieri, manutentori, responsabili di spa, receptionist, estetiste. Tutti morti mentre cercavano di fare il proprio dovere e portare la pagnotta a casa.
Per cinque di loro - Gabriele D'Angelo (cameriere), Linda Salzetta (cameriera ai piani), Emanuele Bonifazi (receptionist), Marinella Colangeli (responsabile della Spa) e Alessandro Riccetti (receptionist) - per una legge iniqua e fuori da ogni logica contestualizzata al giorno d'oggi, non è stata però riconosciuta la morte sul luogo di lavoro. Alle famiglie è stato concesso un misero assegno di poco più di 2.000 euro.
Una beffa soprattutto alla memoria di quei cinque ragazzi che facevano il loro dovere con passione e correttezza, con voglia e determinazione. Con la tenacia di costruirsi un futuro. A distanza di sei anni nessuno è riuscito a fare nulla per cancellare e modificare questa situazione.
Aveva un sorriso contagioso Gabriele ed occhi grandi e sinceri. Era apprezzato da tutti nel suo lavoro ed era sempre disponile ad aiutare il prossimo. Era anche un volontario della Croce Rossa di Penne.
«È stato un po' come ammazzarli una seconda volta», confida con le lacrime agli occhi Francesco D'Angelo, fratello gemello del cameriere del resort ritrovato per primo senza vita dai soccorritori.
Una legge del 1938, soltanto modificata trent’anni dopo, stabilisce difatti che se il tuo stipendio non serve al mantenimento della famiglia non può considerarsi morte sul lavoro: non ti viene riconosciuto nulla. «Non sei nulla per l'Inail, mio fratello e altri quattro che stavano lì per lavorare non valgono nulla per loro. È assolutamente vergognoso», dice ancora Francesco.
La legge del 1938 prevede infatti che abbiano diritto a una rendita economica in seguito alla morte del lavoratore, il coniuge, fino alla morte o a nuovo matrimonio, ciascun figlio, fino al raggiungimento della maggiore età (per ragioni di studio elevata fino ai 21 anni se i figli sono studenti di scuola media o superiore e non oltre i 26 anni se studenti universitari), e i figli totalmente inabili al lavoro, ai quali la rendita spetta a prescindere dall’età, finché dura l’inabilità. In mancanza di coniuge e figli, può spettare una rendita anche a genitori, altri ascendenti, fratelli e sorelle, ma solo se convivevano con il lavoratore deceduto ed erano a suo carico. «Sono 6 anni che aspetto che lo Stato modifichi questa legge assurda, per Gabriele e per gli altri ragazzi che si trovavano lì a fare il proprio dovere. Se penso a quanta energia dedicava al suo lavoro, la rabbia aumenta ulteriormente. Non è giusto. L’Inail, che nell’ambito del processo si è costituito parte civile, dovrebbe rivedere i propri parametri», conclude Francesco D'Angelo.
Tra le cinque vittime non riconosciute come morte sul lavoro anche Emanuele, receptionist del resort Rigopiano. Era orgoglioso del suo lavoro, lo faceva con passione, professionalità e competenza. Sguardo dolce e simpatia, queste le sue armi. Riusciva a mettere a proprio agio i clienti fornendo loro assistenza e competenza. Chiaro e puntale, simpatico e spigliato al punto giusto.
«È stato come deriderlo. Emanuele è morto sul lavoro e non riesco ad accettare che questo non sia stato pienamente riconosciuto soltanto perché aveva i genitori che lavoravano», sottolinea Paola Ferretti, la madre della giovanbe vittima di Rigopiano.
«Lui faceva parte della nostra famiglia e del nostro stato di famiglia e contribuiva alle necessità; purtroppo tutto ciò non è dimostrabile e di conseguenza Emanuele è stato liquidato con il vergognoso assegno funerario di 2.136 euro», dice ancora Paola, che non si arrende.
Per i parenti di Gabriele, Linda, Emanuele, Marinella e Riccetti, è come se venisse ulteriormente calpestata la memoria, il sacrificio e il lavoro dei loro cari. Oltre alla morte, anche la beffa per un vecchia e ingiusta legge di Stato.

