Morte di Anna Carlini: l’8 giugno in Cassazione

22 Aprile 2022

PESCARA. Il prossimo 8 giugno i giudici della Corte di Cassazione potrebbero scrivere la parola fine sulle vicende processuali dei due romeni condannati per la morte di Anna Carlini, la pescarese con...

PESCARA. Il prossimo 8 giugno i giudici della Corte di Cassazione potrebbero scrivere la parola fine sulle vicende processuali dei due romeni condannati per la morte di Anna Carlini, la pescarese con problemi psichici violentata e lasciata morire a 33 anni nel tunnel della stazione di Pescara il 30 agosto del 2017. I due imputati hanno presentato ricorso in Cassazione nel disperato tentativo di vedere accolte alcune delle loro doglianze relative allo svolgimento del processo che, davanti alla Corte d’appello aquilana, ha confermato la condanna a 11 anni e mezzo di reclusione per Nelu Ciuraru, accusato di violenza sessuale e omissione di soccorso, e 2 anni per il connazionale Robert Ciorogariu, che doveva rispondere soltanto del secondo reato. I legali dei due imputati (Leone Di Giannantonio e Stefano Sassano) hanno presentato ricorso in Cassazione nel tentativo di annullare quella condanna e magari far rinviare il processo in appello, anche se il legale della famiglia, Carlo Corradi, sostiene «l’assoluta infondatezza dei ricorsi essendo stata la vicenda adeguatamente motivata dalla Corte d'Appello dell’Aquila».
Il legale di Ciuraru ha puntato molto sulla testimonianza di un altro straniero che quella notte era presente nel tunnel e che riferì di una serie di comportamenti dei due, nonché di quanto aveva sentito da altri che avevano assistito alla violenza sulla donna. Il percorso del procedimento della procura incappò, però, in un ostacolo tecnico nell’incidente probatorio con il quale il pm aveva cercato di cristallizzare quelle preziose testimonianze: passaggio che venne ritenuto nullo per il solo Ciuraru, per una questione di mancate notifiche. Ma il problema sollevato in quest’ultimo ricorso riguarda proprio la posizione del teste Albert Marius Valentin. Secondo l’avvocato Di Giannantonio, le dichiarazioni di quest’ultimo sarebbero inutilizzabili in quanto, già nella fase predibattimentale, il teste «doveva essere sentito in qualità di imputato o persona sottoposta a indagini», in quanto, essendo stato presente nel tunnel quella notte, non avrebbe attivato i soccorsi in favore della povera Anna. In sostanza, il legale sostiene che la posizione del teste sarebbe paragonabile a quella dei due imputati quanto al reato di omissione di soccorso: questione peraltro già affrontata dai giudici. Altro aspetto messo in rilievo nel ricorso in Cassazione, il metodo seguito per l’accertamento del Dna sulle tracce organiche trovate sul corpo della vittima, che apparterrebbero a Ciuraru, ritenuto il violentatore. Anche questa questione venne sollevata, affrontata e “bocciata” nei due gradi di giudizio. E comunque entrambi i giudizi, di primo e secondo grado, evidenziarono come una semplice telefonata al 118, anche anonima, avrebbe potuto salvare la vita di Anna che invece agonizzò per ore in quella brandina, nel tunnel dove venne violentata quando era in uno stato di incoscienza per le medicine assunte e l'alcol che le venne fatto bere.