«Morti sul lavoro a Rigopiano: dal Governo soltanto promesse»

23 Gennaio 2020

Un anno fa l’impegno preso da Di Maio per far modificare la legge in favore dei familiari delle vittime  La mamma di Bonifazi: ricevere l’assegno funerario da 2.136 euro un’offesa alla memoria di Emanuele

FARINDOLA. «Ricevere quell'assegno funerario di 2.136 euro è stata per noi un'offesa alla memoria di Emanuele», si sfoga Paola Ferretti. Sono passati già tre anni dalla tragedia di Rigopiano, ma per quattro degli 11 lavoratori morti mentre facevano il proprio dovere - Gabriele D’Angelo (cameriere), Marinella Colangeli (responsabile della Spa del resort), Alessandro Riccetti (receptionist) ed appunto Emanuele Bonifazi (receptionist) - non è stata riconosciuta la morte sul luogo di lavoro in base a una legge del 1938. Un’amara beffa nella tragedia.
Soprattutto un’ingiustizia alla quale le istituzioni non hanno ancora posto rimedio. Già a gennaio 2019 i parenti delle vittime avevano chiesto ai vice premier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, intervenuti in occasione della giornata di commemorazione, di far in modo che la legge venisse modificata, ma da un anno a questa parte non è stato fatto nulla. La legge del 1938, poi modificata nel 1965, prevede nel dettaglio che abbiano diritto a una rendita economica in seguito alla morte del lavoratore, il coniuge (fino alla morte o a nuovo matrimonio), ciascun figlio, fino al raggiungimento della maggiore età (per ragioni di studio elevata fino ai 21 anni se i figli sono studenti di scuola media o superiore e non oltre i 26 anni se studenti universitari), e i figli totalmente inabili al lavoro, ai quali la rendita spetta a prescindere dall’età, finché dura l’inabilità. In mancanza di coniuge e figli, può spettare una rendita anche a genitori, altri ascendenti, fratelli e sorelle, ma solo se convivevano con il lavoratore deceduto ed erano a suo carico.
«Il 18 gennaio del 2019 consegnai al ministro Di Maio una lettera, a nome di tutti i familiari dei lavoratori, nella quale spiegavamo le criticità della vecchia legge che regola le morti sul lavoro», ci ha raccontato la signora Ferretti. «Il ministro ci garantì che avrebbero fatto qualcosa, ma ancora nessuna risposta o modifica. Sabato scorso, abbiamo pertanto ribadito il problema al ministro Bonafede, pur sapendo che non è di sua competenza. Abbiamo vissuto questa storia come un'ingiustizia fin dall'inizio e lotteremo affinché venga modificata e migliorata questa legge, sapendo che solitamente le leggi non sono retroattive. Io e la mia famiglia non portiamo avanti questa battaglia per un riconoscimento economico, ma affinché mai più altri familiari di vittime sul lavoro, debbano subire tale iniquità», conclude Paola Ferretti.
Rabbia e voglia di giustizia anche per Francesco D’Angelo, fratello gemello di Gabriele, per cinque anni cameriere del resort Rigopiano. «Per l’Inail, la morte di mio fratello non è morte sul luogo di lavoro. Non è giusto, fa male», dice Francesco D’Angelo. «Se penso a quanta energia dedicava al suo lavoro, la rabbia aumenta ulteriormente. Lo scorso anno, chiesi personalmente a Di Maio che il Governo facesse qualcosa, ma fino a oggi non è stato fatto nulla. La mia rabbia è che le persone delle istituzioni che non hanno fatto il proprio dovere per salvare i nostri cari siedono ancora davanti alle loro scrivanie. Non è giusto. L’Inail, che nell’ambito del processo si è costituito parte civile, dovrebbe rivedere i propri parametri», chiosa D’Angelo.
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