Nei paesi fantasma ritrovo le storie di chi non ha voce

Con il suo romanzo d’esordio “Cade la terra” è entrata di corsa tra i finalisti del Premio
di Alessandro Mezzena Lona
Gli altri ascoltano il frastuono del mondo, lei no. Carmen Pellegrino preferisce rifugiarsi nei paesini abbandonati, tra le case senza più vita, dove sussurrano anime che non hanno un nome. Perché, in fondo, il confine che separa la vita e la morte è impalpabile. E in quelle borgate lasciate a sgretolarsi tra i rovi, la polvere, un vuoto cosmico, può trovare le storie di un’Italia dimenticata. Quella dei vinti, della gente senza domani, di chi ha tirato avanti la vita tra un digiuno e il tormento di un futuro senza orizzonte.
Fin da bambina, Carmen Pellegrino (nella foto di Basso Cannarsa) ha scoperto il piacere di cercare in quei borghi fantasma i ricordi di anime solitarie. Storie da ascoltare interpretando i silenzi che, piano piano, hanno dato forma al suo romanzo di debutto. E “Cade la terra”, pubblicato da Giunti, è piaciuto così tanto ai critici da entrare di corsa nella cinquina dei finalisti al Campiello. Insieme a “La mappa” di Vittorio Giacopini (il Saggiatore), “L’ultimo arrivato” di Marco Balzano (Sellerio), “Il tempo migliore della nostra vita” di Antonio Scurati (Bompiani) e “Senti le rane” di Paolo Colagrande (Nottetempo). Insieme, si giocheranno la vittoria dell’edizione 2015 del Premio voluto dagli industriali veneti sabato 12 settembre al Teatro La Fenice di Venezia. A condurre la serata saranno Geppi Cucciari e Neri Marcorè.
Definita “abbandonologa” da un tam tam scatenato su Facebook, parola che è entrata tra i neologismi della Treccani, Carmen Pellegrino si affida al personaggio di Estella come fosse uno spirito guida. Capace di portarla a riscoprire i racconti sepolti tra le macerie di Alento, l’immaginario paesino minacciato da una frana. E abbandonato da tutti gli abitanti, fino a lasciare da sola quell’ultima custode.
«Non sono io che ho inventato il termine “abbandonologa” - racconta Carmen Pellegrino -. Mi trovavo in una piccola Libreria Ubik di Napoli. Stavo lì a sfogliare un volume seduta sull’unica poltrona che c’era nella zona dedicata all’infanzia. E ho cominciato a chiacchierare con un ragazzino, che mi faceva molte domande su che cosa stessi leggendo».
E che cosa stava leggendo?
«Un libro dedicato a ruderi, rovine. Insomma, la mia grande passione. Allora lui, quando gli ho spiegato di che libro si trattasse e perché mi appassionasse tanto, mi ha detto: “Allora tu sei un’abbandonologa”. Mi è piaciuta così tanto questa parola, che ho raccontato il mio incontro sulla pagina Facebook. E da lì, poi, è rimbalzata fino all’Enciclopedia Treccani, che l’ha inserita tra i neologismi. Potere dei social network».
Com’è nata questa grande passione?
«Sono abituata a scavare nel passato perché ho una formazione da storica. Ma, soprattutto, mi porto dietro questo amore per i luoghi abbandonati da quando ero bambina. Io vivo a Napoli, ma sono nata in un paese del Cilento. Già allora era circondato da borghi abbandonati come Roscigno Vecchio, che poi nel mio libro ho trasfigurato nel paese di Alento. Mi piaceva entrare nelle case abbandonate, aprire le porte e guardare cosa restava della memoria di chi era vissuto lì. Ci sono posti in Campania, in Basilicata, in tutto il Sud, che assomigliano a fantasmi di pietra».
Raccontare è servito a ridare voce a questi posti?
«Ma anche a invertire i destini di certi posti, di tante persone. Che magari nella realtà sono state condannate a un destino di desolazione e, invece, nella fantasia possono vivere vicende meno tristi».
Per lo spirito guida del suo libro, Estella, ha reinventato una figura incontrata davvero?
«L’ultima abitante di Roscigno Vecchio. Si chiamava Dorina, ha vissuto lì fino all’inizio del Duemila, pure lei per un periodo era stata in convento, ma aveva deciso di non farsi suora dopo qualche anno. Ritornata in paese, l’aveva trovato spopolato a causa di diverse frane. Lo stesso Genio civile aveva obbligato la popolazione del “paese che cammina” ad andarsene e costruirne uno nuovo. Lei, invece, è rimasta lì, da sola, vivendo bene fino alla morte. Senza luce elettrica, senza acqua corrente».
E le altre voci del libro?
«Tutte storie immaginarie. Tranne una, quella della bambina Mariuccia che muore per un errore medico. Ho preso spunto dalla tragica vicenda di una sorella di mio padre morta mentre la portavano in ospedale. L’aspetto più tragico di questa vicenda, di cui in famiglia era quasi proibito parlare, sta nell’arroganza del medico. Che a un certo punto, dopo aver sbagliato clamorosamente la cura, disse ai miei nonni, poveri contadini del Sud: “Allora fate quello che volete”. Sapendo che non c’era più speranza».
È andata a cercare la lapide?
«L’ho trovata e, guardando la data di morte, mi sono accorta che avevano sbagliato l’anno. Quasi avessero voluto condannare questa povera bimba a un destino eterno di indifferenza».
Il nostro tempo ha paura dei morti, dei luoghi abbandonati...
«La mia terra ha in sé la convinzione che vita e morte sono un tutt’uno. Anche nelle parole che si usano. Per esempio, il cibo che si mette in tavola viene definito “strafuogo”. Come se fosse implicito che, mentre si mangia, la morte potrebbe arrivare per soffocamento. Per questo a me non fa paura la convivenza tra vivi e morti».
Veste sempre di nero perché ama la cultura dark?
«Me lo chiedono spesso, ma rispondo di no. Preferisco gli abiti di colore nero perché così vestivano le donne della mia terra. Per pudore, soprattutto, non solo perché simboleggia il lutto. Credo che sia comune al Nord come al Sud, dal Friuli alla Basilicata. È il ricordo di un’Italia povera, svuotata dall’immigrazione».
Ma è vero che partecipa ai funerali di sconosciuti?
«Nei paesi si usa partecipare ai funerali di gente sconosciuta. Con mia nonna ci andavamo sempre. Quando mi sono trasferita a Napoli, ho iniziato a leggere con curiosità, e anche divertimento, i manifesti dedicati alle persone scomparse che citano il soprannome di chi non c’è più. Uno, in particolare, mi aveva colpita».
Qual era?
«Quello di un tipo chiamato O’tubbato. Ho associato subito il nomignolo a qualcosa di medico, a un intubato. Quindi a una persona ammalata per tanto tempo. Poi, al funerale, mi hanno spiegato che voleva dire “il turbato”, ovvero il pazzo. Ecco, lì ho cominciato a scoprire mondi pieni di storie».
E come si comporta?
«Resto in disparte. Magari mi avvicino se voglio fare qualche domanda sulla vita del morto. Poi ritorno a casa e, se mi sembra interessante, scrivo un raccontino, ovviamente passando il tutto attraverso la mia fantasia».
Che cosa cerca?
«La convinzione, provata fin da bambina, di frequentare luoghi più autentici. E anche quella sensazione di calma, di tranquillità che si respira dove la fine è già avvenuta».
Da bambina non guardava sotto il letto per paura dei morti?
«No, da noi era normale pensare che i morti stessero seduti alla stessa tavola dei vivi. Come fa Giovanni Pascoli in liriche come “La tovaglia”, dove immagina che i due mondi possano convivere con grande naturalezza. Non mi interessa lo spiritismo. Io cerco i defunti nei segni che hanno lasciato del loro passaggio».
La passione per la scrittura è nata quand’era bambina?
«Ero soprattutto un’accanita lettrice. Non avevamo tanti libri a casa e nemmeno nel borgo dove abitavamo. La mia fortuna è stata di imbattermi, a dieci anni, nelle poesie di Alfonso Gatto perché la figlia aveva sposato un medico nato in paese. Quasi ogni estate venivano in vacanza lì. Ed è stata lei a farmi scoprire il suono magico delle parole della lirica, molto diverse da quelle dure della quotidianità».
La poesia le ha salvato la vita?
«Ho capito che dentro quelle parole c’era per me una via di salvezza. Da che cosa? Non lo so, però so che mi sono salvata attraverso i libri. La scrittura è arrivata dopo. Prima mi sono dedicata ai saggi, poi ai racconti. Il romanzo richiede molto di più, perché finisci per esporti in maniera forte».
C’è una nuova passione, adesso?
«Mi piace tantissimo leggere libri sui fiumi. Perché trovo che contengano in sé un’immagine forte di bellezza. Il mio mondo ruota sempre attorno alla carta stampata. Parole, storie».
È andata in finale al Campiello a furor di popolo?
«La critica mi ha trattata bene. E questo riconoscimento del Campiello alla mia opera prima lo prendo come un incoraggiamento a continuare a scrivere storie così. Se arrivassi ultima? Non importa, sono contenta comunque».
alemezlo
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