Nella tipografia Terenzio ritrovo di sindaci e poeti

Fondata nel 1958 in via dei Bastioni, la storica attività ha chiuso dopo 60 anni Peppino, figlio del capostipite Valentino: gli opuscoli del Matteotti uscivano da qui
PESCARA. «Quando papà tornò a casa, quel giorno del 1957 e disse a mamma: ho trovato il locale per fare la tipografia, quasi le prese un coccolone. Lei gli rispose: ma sei impazzito, davanti c’è il carcere e intorno ci sono i bordelli».
Sorride ai ricordi, Peppino Terenzio, 56 anni, architetto mancato, ex giocatore della pallacanestro con la Max Meyer, oggi collaboratore della Caritas di don Marco Pagniello, erede dell’attività di famiglia insieme alla sorella Elisabetta. A seguire il lavoro di marito e figli, mamma Emma Cermignano, 86 anni, teramana della Val Vomano.
Sposato con Manuela Febo, due figli, Valeria Pia, 20 anni, e Valentino, 28, oggi Peppino è consapevole del fatto che suo padre Valentino, scomparso nel maggio di due anni fa all’età di 89 anni nella sua casa di Colle San Donato, ci aveva visto giusto, malgrado le premesse poco edificanti di un quartiere che ancora doveva esplodere commercialmente. Accadrà, col tempo, grazie alla vicinanza con l’asse attrezzato e l’autostrada che ha trascinato in città turisti e clienti.
La stamperia di via dei Bastioni, davanti al mercato coperto, 50 metri quadrati, fondata nel 1958 dallo storico artigiano Terenzio, ha segnato un’epoca lunga 60 anni. Poi, a fine dicembre 2018, ha chiuso i battenti. Si è arresa per sempre alle nuove tecnologie. Ha vissuto gli anni difficili della crisi, durante i quali bisognava rilanciare, adeguarsi, evolversi, ma Valentino (5° figlio di Minuccio e Sabia Ballone e fratello di Giustino, Dionino, Pierino, Angiolina, Norina, Leontino e Nicolino) faceva fatica ad accettare il nuovo. Poi, per il fondatore della tipolitografia Terenzio sono arrivati i problemi di salute e le redini dell’attività sono passate gradualmente ai figli. Anni trascorsi a cercare il rilancio con l’attività litografica, poi la resa e l’oblio.
Peppino Terenzio, è la fine di un sogno?
Era nell’aria da tempo perché non ci siamo evoluti, ma siamo stati “troppo” artigiani nell’anima. È stato un grande dispiacere anche per chi lavorava con noi.
Come è diventato tipografo suo padre?
Ha iniziato a 12 anni, 6 mesi e 1 giorno(età all’epoca, richiesta per ottenere il libretto sanitario) alla Duval di via Savonarola, poi da Mario Tontodonati in via Trento. È stato garzone ma aveva l’attitudine a diventare ciò che poi è stato, un magnifico “compositore”, ha impaginato a mano con caratteri mobili di piombo fino agli anni Settanta. All’epoca la bottega, che contava 15 dipendenti, era ritrovo di intellettuali e poeti, si presentavano nuovi testi come accade oggi nelle moderne librerie. Veniva sempre a prendersi un caffè l’ex sindaco Gaetano Novello, Alfonso Di Russo, papà di Laura della Fiab. Da noi ha mosso i suoi primi passi Gabriele Pomilio (indimenticato patron della pallanuoto ndr), era in tipografia quando gli arrivò la chiamata della nascita del figlio Amedeo nella casa di Francavilla. Papà era un grande appassionato di sport, stampava gli opuscoli del trofeo Matteotti, organizzava corse di biciclette, ed era dirigente della pallacanestro. Aveva una eleganza innata. Teneva addosso cravatta e salvapolsi persino quando andava a gettare l’immondizia.
Com’era il quartiere all’epoca dell’apertura della bottega?
A quel tempo non c’era ancora il ponte D’Annunzio e per andare in via dei Bastioni si arrivava dal ponte di viale Marconi e tantissima clientela dell’entroterra giungeva fino a noi dalla Tiburtina. C’era il carcere al posto del mercato attuale, i casini, poi spariti con la legge Merlin, che circondavano la bottega. Erano aperte 4 trattorie: La Palomba, da Italo, Remo e Nuova Locanda. Il quartiere pullulava di artigiani, c’erano ramai, ebanisti, fabbri ferrai, impagliatori, tappezzieri, fornai, i D’Amico, creatori del parrozzo, i Camplone.
Come è stata la sua infanzia?
Non sono mai uscito da Porta Nuova, non ho mai oltrepassato il ponte. Con i miei amici andavamo a giocare a tappetti sulle scale di casa D’Annunzio, all’epoca non c’erano i cancelli e neppure il Petruzzi e poi scivolavamo sulle sponde del fiume per giocare a pallone, al massimo sconfinavamo verso piazza Alessandrini. In corso Manthonè, di fronte al cappellaio Carinci c’era la pasticceria di Ciro Quaranta, uno dei pionieri dell’atletica leggera, poi sede dell’Aterno-Pescara. Qui facevamo scorpacciate di bombe alla crema e liquirizia al metro. Sui muri Ciro aveva scritto: “Lu parrozz di D’Amiche si li magn li furmic, lu parrozz di Quarant si li magn tutt quant”.
I suoi studi?
Ho fatto l’asilo allo Sbraccia, le elementari in via Italica, la media alla Antonelli. Andavo sempre a piedi, come mio padre dai Colli. Nonna guardava i figli dalla finestra, intorno solo terra. Il lunedì era una festa col mercato su via D’Annunzio, rubavamo alle bancarelle. Le superiori al Bellisario, l’istituto cercava artigiani per le lezioni, contattarono mio padre ma lui rifiutò. Al liceo artistico preparavamo il giornalino di scuola “Che fare” diretto da Luigi Di Fonzo (giornalista del Centro). Ma avevo anche un’altra passione: i microfoni. Sopra la bottega creammo “radio Soffitta” con gli amici Walter Bianca, Augusto Gabriele, Paolo Leone, Carlo Foresta e Stefano Iannucci.
Le parole di suo padre che ricorderà sempre?
Vogliamoci bene perché la vita è solo una traversata, tutti a San Silvestro dobbiamo andare. Peppì, mi raccomando, testa sulle spalle.

