Neri, si stringe il cerchio: sei arresti per armi e droga

Il colonnello Riscaldati: «Tappa importante per le indagini sull’omicidio»
PESCARA. Sulla carta è un’operazione antidroga come tante, nei fatti «è una tappa molto importante», parole del comandante provinciale dei carabinieri Marco Riscaldati, «nelle indagini per l’omicidio di Alessandro Neri», il 28enne trovato morto, ucciso con due colpi di pistola, l’8 marzo scorso a Fosso Vallelunga.
È questa la convinzione degli investigatori che ieri mattina, su ordine di custodia cautelare disposto dal gip Antonella Di Carlo su richiesta del pm Luca Sciarretta, sono andati a perquisire decine di abitazioni tra Pescara, Sambuceto, Francavilla e Silvi, e ad arrestare (cento i militari coinvolti nell’operazione denominata Satellite) sei persone accusate a vario titolo di spaccio di stupefacenti, estorsione, porto e detenzione di armi da sparo e danneggiamento.
Tra queste, oltre a Christian De Sanctis, Marco Lapenta, Giulia Spinelli e Flaviano Spinelli, anche i fratelli Junior e Yordan Insolia, amici e soci in affari, soprattutto il primo, di Alessandro Neri. È proprio intercettando loro e altre persone vicine in qualche modo al giovane ucciso e già note alle forze dell’ordine, come gli Insolia, che gli investigatori hanno scoperchiato «uno spaccato esemplare dello spaccio di medio-basso livello sulla piazza del quartiere San Donato», come ha detto il colonnello Riscaldati. Ma soprattutto, ed è questo lo snodo importante ai fini delle indagini sull’omicidio, il contesto di cui lo stesso Neri faceva parte «ricoprendo, pur se incensurato, un ruolo significativo nell’ambito di questo sodalizio criminoso».
«Neri vi faceva parte non in maniera organica», ha puntualizzato Riscaldati affiancato dai comandanti del reparto operativo, Gaetano La Rocca, e del Nucleo investigativo, Massimiliano Di Pietro, «ma collaterale. Era attiguo a questo mondo».
La prova, secondo gli investigatori, è data da quanto viene fuori da una delle intercettazioni in cui Junior Insolia, maneggiando una pistola calibro 9,21 in macchina con un amico, l’11 maggio scorso, racconta di averla acquistata in società con Neri. «Io ci ho messo 800 e lui 500», «questa è mia e sua non la leverò mai», dice Insolìa, amico fraterno di Neri e frequentatore della sua casa prima e nei giorni successivi alla sua morte.
Un mondo dove, come emerge dalle indagini costate l’arresto ai sei, oltre alla droga che produceva migliaia di euro a settimana e che in una circostanza fu fatta spacciare anche da una inconsapevole bambina di 11 anni, circolavano anche le armi. Armi utilizzate come minaccia, insieme alle estorsioni, a chi non saldava i debiti di droga. Non solo la pistola Beretta 9,21 di cui parla Insolia, lasciata in custodia a un amico suo e dello stesso Neri, ma anche i fucili a cui fa riferimento ancora Junior Insolia («i fucili li ho levati, poi ho un altro fucile che devo vendere») e una pistola a tamburo di cui ancora Junior Insolia parla con un altro amico a luglio. Armi e personaggi che, per ora, nulla hanno a che fare con l’omicidio di Alessandro Neri, rimarcano i carabinieri, convinti però che tra i sei arrestati ci sia colui che conosce il movente in cui è maturato l’omicidio. E scartate definitivamente, in verità già da tempo, le ipotesi iniziali (passionale e faida familiare), il cerchio si è dunque ristretto alla pista battuta inizialmente sulla base delle frequentazioni di Neri con personaggi già noti alle forze dell’ordine: l’omicidio è maturato nel perimetro della criminalità locale di cui Neri, appunto, era un personaggio “collaterale”.
«Alessandro Neri», ha affermato il colonnello Riscaldati, «era un ragazzo ambizioso che puntava a fonti di reddito per risollevare le sorti personali e familiari (dopo l’allontanamento subìto pochi anni prima dall’azienda di parte materna ndr). Un ragazzo molto premuroso e attento, che agiva con molta cautela, attiguo a quest’ambito in cui», sottolinea Riscaldati, «era considerato colui che investiva denaro nel sostenere le attività delinquenziali. Non di tutti, ma di una parte degli indagati». In particolare, appunto di Junior Insolìa. Come emerso dalle indagini dirette con solerzia e perseveranza dal tenente colonnello Massimiliano Di Pietro e coordinate dal sostituto Sciarretta che le ha ereditate dalla collega D’Agostino alla fine della scorsa estate, Insolia è anche uno degli ultimi e dei pochi amici, ad aver visto Nerino, come lo chiamavano, tra il sabato e il lunedì 5 marzo, giorno della sua scomparsa e del suo omicidio. Quel giorno, intorno alle 18, il giovane, terzo di quattro figli, esce di casa dopo aver aiutato la madre a scaricare le buste della spesa. La saluta con un bacio, esce e poi rientra al volo, mentre la madre sta parlando al telefono sul divano.
Perché Alessandro rientra?
Per riprendere dei soldi. Parecchi, oltre diecimila euro, con i quali si allontana alla guida della Fiat 500 rossa. L’ auto ritrovata, dopo l’allarme della sua scomparsa, due giorni dopo in via Mazzini. Un dettaglio, questo dei soldi, che dà forza e consistenza alla direzione presa dagli investigatori, attenti però a non tralasciare nessun aspetto. Alessandro era “attiguo”, come dice il colonnello al mondo dello spaccio, ma frequentava altri ambiti, e sempre con l’obiettivo di guadagnare. Un aspetto emerso anche dai controlli della Finanza che nei mesi scorsi avevano scoperto società e conti riconducibili ad Alessandro e a qualche persona a lui vicina. E anche su questo i carabinieri continuano a lavorare. Ci sono altri interrogativi a cui rispondere seguendo sempre la stessa strada: amicizia e soldi.

