«Nessun assenteismo Noi non siamo dipendenti pubblici»

Interrogati dal giudice 7 dipendenti di Provincia e Ambiente «Irregolarità nelle timbrature? L’apparecchio funziona male»
PESCARA. «Abbiamo sempre svolto soltanto il nostro lavoro e le uscite erano per questioni legate al servizio. Le presunte irregolarità nelle timbrature erano dovute al malfunzionamento dell'orologio marcatempo».
E' stata questa, in sintesi, la tesi difensiva ricorrente dei sette dipendenti (dei 17 indagati) di Provincia e Ambiente che ieri hanno risposto all'interrogatorio di garanzia davanti al gip Nicola Colantonio che a loro carico ha firmato la misura cautelare di sospensione dal lavoro per sei mesi con l'accusa di assenteismo. Paride Chiulli, Biagio Di Tillio, Alberto Malito, Gianluca Pretara, Angelo Bucci, Pietro Zallocco e Romina Nazari si sono difesi rigettando dunque ogni accusa e anzi sostenendo, in definitiva, la regolarità della loro quotidiana attività.
«Nessuno timbrava il tesserino dell'altro», ha spiegato al termine degli interrogatori l'avvocato Giuseppe Cantagallo che assiste quattro dei sette indagati (gli altri sono difesi da Ugo Di Silvestre, Sergio Della Rocca, Federico Squartecchia e Giulio Del Pizzo), «e se qualche volta è accaduto, come sostengono i carabinieri, è perché magari quando due colleghi arrivavano allo stesso orario in ufficio e uno si attardava a parcheggiare l'auto, l'altro passava il badge per tutti e due: parliamo di una mera irregolarità di fatto, ma non può esserci alcuna contestazione penale per questo. Anche perché tutti lavorano veramente senza soluzione di continuità, anche durante la pausa pranzo». Insomma, dei veri stacanovisti del lavoro. Una versione, però, diametralmente opposta a quella del pm Andrea Papalia che ha chiesto e ottenuto le misure cautelari dal gip Colantonio.
Ma al di là delle tesi difensive sostenute dagli indagati, due sarebbero i punti cardine di questo provvedimento che le difese si apprestano a contestare. Il primo riguarda la natura pubblica della società per la quale il giudice ha speso alcune pagine dell'ordinanza, che non trova d'accordo il collegio difensivo che ha chiesto la revoca dei provvedimenti anche per questo motivo, ma non solo: ci sarebbero dubbi, a loro dire, sull'applicabilità della normativa a una società che viene considerata pubblica soltanto per essere partecipata unicamente dalla Provincia di Pescara.
«Nessuno dei dipendenti ha mai saputo di essere un dipendente pubblico», hanno detto alcuni avvocati, «sono stati peraltro assunti con un contratto da metalmeccanico». L'altro aspetto, più tecnico se vogliamo, riguarda le esigenze cautelari che dovrebbero essere legate alla reiterazione del reato. Ma su questo aspetto tutti i difensori hanno unanimemente sostenuto che dal giorno dopo in cui i carabinieri sono andati ad acquisire le carte, e cioè dalla fine di gennaio scorso, quando peraltro le indagini con pedinamenti e riprese filmate si sono chiuse, nessun tipo di episodio di quelli contestati si è più verificato. Per cui a oggi una misura così pesante, di sospensione di sei mesi dal lavoro e dallo stipendio, non troverebbe ragione di esistere.
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