«Niente corruzione elettorale» Assolti Sospiri, Dogali e Monaco

Il processo su soldi e incarichi in cambio di voti, scagionati i politici coinvolti: «Il fatto non sussiste» Il commento del governatore Marsilio: «Accuse inconsistenti, adesso la Procura non faccia ricorso»
PESCARA. Tutti assolti perché il fatto non sussiste. Così ha deciso il giudice monocratico Francesca Manduzio nel processo per corruzione elettorale a carico dell’attuale presidente del consiglio regionale, Lorenzo Sospiri (Fi), dell’ex consigliere regionale del Pd, Alessio Monaco (attuale sindaco di Rosello), e di Vincenzo Dogali, biologo in pensione prestato da sempre alla politica, tutti assenti ieri in aula al momento della lettura della sentenza.
Sospiri non ha voluto commentare la sentenza: «Vorrei fare», ha detto all’esito del processo, «solo dei ringraziamenti. Ai consiglieri di opposizione che in questi mesi hanno mostrato nei miei confronti sempre un profilo di grande rispetto, e questa non è una cosa di tutti i giorni; al presidente della Regione, Marco Marsilio che ha aggiunto un piglio di affetto, e al sindaco di Pescara, Carlo Masci». «Sono molto soddisfatto dell’avvenuta assoluzione di Sospiri. Il tribunale ha preso atto dell’inconsistenza del capo d’accusa. Spero che la Procura prenda atto definitivamente della sentenza senza ricorrere in appello», il commento del governatore Marsilio.
Un processo nato alla vigilia delle elezioni del 2019, senza nessun teste, né di accusa né di difesa, che si reggeva su due intercettazioni ambientali estrapolate da un altro procedimento a carico di Dogali per un presunto peculato: le registrazioni furono effettuate nello studio privato di Dogali dove Sospiri e Monaco si recarono per parlare di campagna elettorale. Al di là di queste contestate registrazioni – il collegio difensivo con gli avvocati Massimo Galasso, Gianfranco Iadecola, Sergio Della Rocca, Carmine Di Risio, Ugo Milia e Giovanni Stramenga) ha inutilmente chiesto l’inutilizzabilità –, in mano all’accusa, rappresentata dal pm Andrea Di Giovanni, non vi erano altre prove di quella contestata corruzione elettorale: per quei pacchetti di voti che Dogali, ritenuto dall’accusa un «collettore di voti», avrebbe dovuto distribuire ai due candidati, di opposti schieramenti come ha evidenziato il pm. Voti in cambio di 200 euro per quanto riguarda Monaco (soldi che la difesa ha sostenuto destinati a chi avrebbe dovuto fare volantinaggio e propaganda per Monaco, quindi semmai spese elettorali), e di un incarico alla sanità o all’urbanistica, per quanto riguarda Sospiri: incarico che comunque non venne mai affidato a Dogali che peraltro non avrebbe potuto essere retribuito in quanto pensionato, come ha sottolineato la difesa. Ma comunque la pubblica accusa ha concluso la sua requisitoria chiedendo un anno di reclusione per Sospiri, un anno e 4 mesi per Dogali e 8 mesi per Monaco. E ieri, nella sua replica, il pm ha brevemente ribadito il teorema accusatorio, sostenendo che si trattava «della classica ipotesi di corruzione elettorale»: «Per Sospiri», ha detto, «è la cristallizzazione di un accordo definitivo. Quando nell’ambientale dice “io mantengo gli impegni”, si capisce che è il candidato la parte attiva e interessata». Ma le difese hanno subito ribattuto: «Quelli portati dal pm», ha detto Sergio Della Rocca, uno dei difensori di Monaco, «sono argomenti scivolosi e fumosi. E comunque c’è un ragionevole dubbio che non si può superare. La pubblica accusa aveva gli strumenti per provare le sue teorie, ma non ha dimostrato nulla. L’ipotesi di una promessa elettorale in questo processo non c’è».
Così l’avvocato Massimo Galasso, uno dei difensori di Dogali: «Una tesi difensiva basata sui fatti di fronte a prove inesistenti. Questa intercettazione ritenevamo che non provasse nulla, nessuna corruzione elettorale, e la sentenza ha confermato che il dottor Dogali e gli altri non hanno commesso nessun reato: era soltanto campagna elettorale, ragionamenti politici, ma certo non corruzione».

