NIENTE TRAGHETTATORI MA LA PARTITA È DOPPIA

11 Dicembre 2016

Qualcuno forse credeva che il capo dello Stato, al termine di consultazioni affollate come ai tempi della Prima Repubblica, rispolverasse locuzioni classiche come governo traghettatore, balneare, di...

Qualcuno forse credeva che il capo dello Stato, al termine di consultazioni affollate come ai tempi della Prima Repubblica, rispolverasse locuzioni classiche come governo traghettatore, balneare, di transizione, di scopo, istituzionale. Tipologie ben note alle nostre cronache, che però in Costituzione non esistono; e così Mattarella - che era proprio un giudice costituzionale, quando fu eletto presidente - ha ricordato, nel suo stile laconico, che l’ordinamento italiano non prevede l’ipotesi di un governicchio, ma solo quella di «un governo nella pienezza delle sue funzioni».

Tale, dunque, sarà l’esecutivo a cui il Parlamento darà nei prossimi giorni la fiducia. Perché l’unica certezza, chiunque sia il presidente del Consiglio, è che una nuova fiducia ci sarà: l’ipotesi più lineare - quella del voto immediato, gradita a Renzi e ai Cinquestelle ma non alla minoranza Pd e ai centristi - non è praticabile per colpa di una legge elettorale scritta a metà, quando si pensava di vincere il referendum e di avere dunque il tempo per pensare con calma all’elezione dei nuovi senatori.

Dire che il prossimo esecutivo sarà nella pienezza delle sue funzioni, però, è poco più che un atto costituzionalmente dovuto: in politica la pienezza delle funzioni di un governo è infatti proporzionale alla forza della maggioranza, e la forza della nuova maggioranza dipende in gran parte dalla compattezza del Pd. Mille giorni fa, quando nacque il Renzi 1, c’era un leader molto forte e un resto del mondo balbettante: il Pd non aveva alternative all’essere compatto e seppe fare di necessità virtù; ora, con un leader ferito, le correnti riprendono forza e tutto diventa meno scontato. Si rischia di fare un congresso in Parlamento, insomma, e non è detto che il successore di Renzi a Palazzo Chigi abbia vita facile.

C’è chi dice che Renzi potrebbe restare, ma sarebbe una scelta poco comprensibile. L’italiano medio - quello a cui il presidente del Consiglio uscente ama rivolgersi di più - non capirebbe la differenza tra un Renzi 1 e un Renzi 2, e d’altra parte l’ex sindaco di Firenze, complice l’età, può permettersi il lusso di pensare alla gallina domani anziché accontentarsi dell’uovo oggi. Sa soprattutto che, in questo momento, la scrivania di Palazzo Chigi è una patata bollente, e lo sanno anche le opposizioni, che infatti hanno comunicato a Mattarella la propria assoluta indisponibilità a scottarsi le mani.

La vicenda Monti ha insegnato che i governi di responsabilità nazionale bruciano voti, e il primo che si sfila è quello che alle elezioni successive parte con un vantaggio; da destra a sinistra, allora, è tutto uno sfilarsi preventivo, e quella che resta è solo un’ipotesi di emergenza, di cui però difficilmente si può fare a meno. C’è innanzitutto la legge elettorale, che con ogni probabilità non resterà l’Italicum (o almeno l’Italicum in questa versione), perché nemmeno i democratici lo vogliono più; ci sono i vertici europei e il G7 di Taormina a maggio, con in mezzo l’inizio dell’anno italiano nel Consiglio di sicurezza Onu, e andarci in queste condizioni non sarebbe possibile; ci sono poi questioni spinose, come la storia del Monte dei Paschi, che in un modo o nell’altro bisognerà risolvere.

Sarà dunque una fine di legislatura un po’ strabica, che con un occhio dovrà guardare all’attualità - in pieno scontro con l’Europa, anche l’amministrazione quotidiana diventa delicatissima - e con un altro sarà già in campagna elettorale per le prossime Politiche. Renzi cercherà di non perdere il controllo: né quello del governo, tenendoci dentro le persone di cui si fida di più, né quello del partito, perché solo una nuova vittoria al congresso gli restituirebbe lo smalto. Le opposizioni, faranno invece di tutto perché vada a sbattere, e cercheranno di capitalizzare al massimo il no a qualsiasi proposta. Saranno come due semifinali: una è il derby del Pd, tra Renzi e minoranza; una è quella tra le opposizioni, tra destre e Cinquestelle; chi le vince, poi, si giocherà tutto alle Politiche: la data non c’è ancora, ma già ci si allena.

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